Sicurezza
Garibaldi ferito non pagò il maxi conto dell’albergo
Nel 1862 il Generale fu ricoverato alle “Tre Donzelle” sul lungarno Pacinotti, ma quando venne il momento di saldare preferì andarsene a Caprera
PISA. In un film del 1985 due amanti non possono vivere la loro storia perché l’uno si trasforma in lupo di notte e l’altra in falco di giorno. I lungarni, quarta stampa della collana “Pisa di notte” il 29 giugno in omaggio con “Il Tirreno”, subiscono un po’ la stessa sorte dei protagonisti di Ladyhawke: i residenti di giorno e gli utenti della movida notturna forse non si incontreranno mai, eppure vorrebbero convivere.
Garibaldi. Il primo che ha provato a mettere d’accordo quei “due mondi” in apparenza inconciliabili è stato Giuseppe Garibaldi e nel suo genere la soluzione trovata era geniale: spostare la movida di giorno! Nel 1862 l’Eroe «fu ferito in Aspromonte (…) fu ferito ad una gamba» e così l’8 novembre arrivò in Navicello per svernare e curarsi in città. Se la spassava nell’albergo delle Tre Donzelle con affaccio sul lungarno Pacinotti; e qui stoppiamo subito i maliziosi: all’epoca la locanda si chiamava Hotel de Peverada, quindi il Generale non organizzava festini con le tre signorine. Tuttavia il libro “Un viaggio nella storia. Itinerari del Rinascimento a Pisa”, scritto per il 150° dell’Unità d’Italia e curato da Fabiana Campanella (edizioni Ets) ci ricorda: «Si avvicendarono inoltre al suo capezzale medici e fedelissimi, nessuno astemio, né privo d’appetito. Così, dopo il delicato e trionfale intervento di estrazione del proiettile, arrivò il conto dell’oste, nel disappunto generale».
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Errore sulla lapide? Il tentativo di Garibaldi franò per una misera questione di soldi. Per carità di patria non è mai stato chiarito in modo definitivo se il conto sia stato saldato e da chi. Ma quello spiacevole incidente convinse gli amanti delle gozzoviglie a levare le tende e cambiare anche fuso orario: l’Eroe dei Due Mondi partì alle 2 di notte del 20 dicembre, alla volta di Caprera, dove morì vent’anni dopo. Tuttora sulla facciata dell’ex albergo (oggi sede della Banca di Pisa e Fornacette) campeggia la targa commemorativa che, però, riporta una diversa data di partenza: 14 dicembre 1862. Quelli in buona fede bollano l’episodio come errore dello scalpellino; i disincantati, al contrario, fanno notare che il 14 dicembre è proprio il giorno in cui fu presentato il conto.
La piazza. Il Generale lasciò il segno: quella che allora si chiamava piazza del Ponte, diventò piazza Garibaldi. E la nostra lettrice, la storica Paola Pisani Paganelli, ricostruisce che lo slargo, «riciclato da uno sventramento urbanistico seicentesco, esibì un doppio identikit: signorile nei ritrovi per la clientela elitaria di hotel-negozi-caffè, e proletario nel popolo degli scali-vetture-mercato delle Vettovaglie. Lo spazio si qualificò come terminal delle carrozze pubbliche». Lì i clienti «comandavano “il legno” per muoversi in città e fuori, da e per Bagni San Giuliano, Lucca, Calci, Pontedera, Firenze e oltre». Il terminal resistette fino al 1950, quando l’ultimo vetturino si arrese alla modernità; ma prima di andare in pensione regalò all’aneddotica un gustoso episodio: «Trasportava un giorno un turista inglese nell’iniziatico tour cittadino. Tutt’un tratto, frenata. Il cliente s’indispettì: “Why? Perché quello stop criminale?”». E “Stagionaccia”, così si faceva chiamare l’ultimo vetturale, in un misto tra inglese ossequioso e pisanissimo dai contorni triviali e irripetibili, rispose che il cavallo stava facendo i suoi bisogni.
Ladyhawke 2015. I lungarni sono anche altro: in certi punti luogo di meditazione, per esempio quando ti siedi sulle Piagge e scruti il fiume. In altri circuito museale: tra gallerie, musei e centri di esposizione vantano una ricchezza, dai pisani dimenticata in modo quasi criminale. Ma, dicevamo, sono in particolare movida, schiamazzi e tappeti di bottiglie la mattina dopo. Inutile avventurarsi in fenomenologie varie: si rischia di passare per bacchettoni (se tifi per i residenti-falchi) o per irrispettosi (se parli di diritto al divertimento dei giovani-lupi). Basti solo ricordare che più d’uno, ubriaco, è caduto negli anni dalle spallette e oggi non può più partecipare al dibattito: quando si parla di morte, allora forse vuol dire che qualcosa nella vita della notte (e del giorno) deve cambiare.
I vostri ricordi. Invitiamo tutti i lettori a scrivere un breve testo a pisa@iltirreno.it (massimo mille battute, inserire anche il numero di telefono). Le segnalazioni più interessanti saranno riprese sul quotidiano.
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