Il Tirreno

Pisa

pisa di notte

Quando il piccolo diavolo si aggirava nell’abbazia di San Zeno

L'abbazia di San Zeno fotografata da Fabio Muzzi
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L'abbazia di San Zeno fotografata da Fabio Muzzi

La chiesa sconsacrata fu il set del film di Benigni. Numerosi i pisani che fecero le comparse nella scena “Modello Giuditta”

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PISA. Se persino “Il Piccolo Diavolo” ha visitato l’abbazia di San Zeno, allora la chiesetta vicina all’angolo nord est delle antiche mura di Pisa deve essere un posto davvero speciale. Nell’inverno 1987-88, infatti, l’edificio sorto poco prima dell’anno Mille diventò set cinematografico del film interpretato e diretto da Roberto Benigni: in città fu girata la scena della sfilata di moda, passata alla storia come: «Modello numero 4, Giuditta!».

Potere delle chiese sconsacrate: negli Usa ci fanno le discoteche (famosissimo è l’ex luogo di culto episcopale della “Santa Comunione”, sulla Avenue of Americas di New York, dove nel 1983 aprì la Limelight); e in Italia invece ci fanno cultura.

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San Zeno è stata punto di riferimento per artisti di ogni risma: pittori, scultori, cantori e così via. Ma l’evento che più di ogni altro ha portato scompiglio è stato, appunto, l’arrivo de “Il Piccolo Diavolo”.

Piccola e completa, l’abbazia si dimostrò perfetta per le esigenze della produzione: tre navate, ma non dispersiva; con una piazzetta antistante grande abbastanza per farci entrare i mezzi, ma angusta al punto giusto da diventare ostacolo naturale all’acceso dei curiosi. Luminosissima, ma facilmente oscurabile: quello della luce, è un problema fondamentale nel cinema. La scena della sfilata doveva sembrare ambientata di notte, eppure fuori c’era un sole pazzesco e insolito per la stagione: la soluzione fu quella di mettere teli davanti alla porta principale e a ogni finestra; il contesto medievale e la bellezza del buio fecero il resto. Non è un caso che la collana “Pisa di notte”, in regalo dal 25 giugno con “il Tirreno”, cominci proprio con la foto di San Zeno.

Quando si parla di notte, quando si parla di buio, riaffiorano da un angolo nascosto della nostra memoria le paure infantili e quel fascino spaventoso che i misteri medievali hanno tramandato nella nostra cultura. Benigni ne fu affascinato e se San Zeno non fosse stata già sconsacrata forse si sarebbe inventato qualcosa per ottenere quel risultato. Di battute sono pieni i ricordi delle comparse pisane chiamate per l’occasione. La più blasfema arriva quando meno te l’aspetti: il freddo è pungente e il chierichetto - Benigni indossa solo una sottoveste bianca, entrando e uscendo dalla sagrestia; la gag prevede che i fedeli - pisani si alzino e si siedano ogni volta, pensando che la messa stia per iniziare. Poco prima del ciack le comparse chiedono: «Oh Roberto, ma non senti freddo con quelle gambe nude?». E il toscanaccio, alludendo ad alcuni effetti delle basse temperature: «Perché, si vede la bestia?».

E sono tanti altri i ricordi: la produzione pagava 100.000 lire al giorno, ma le comparse le avrebbero volentieri restituite per restare ancora sul set, visto il clima magico che si era creato. La pausa pranzo era uno degli appuntamenti più graditi: nella piazzetta c’era anche un camper in cui si cucinava per tutti; non panini o fast food, ma un vero cuoco con menu da ristorante. E nei tavolini che venivano aperti solo per mangiare, attori, comparse e uomini della produzione si mescolavano in amicizia.

Walter Matthau (padre Maurizio nel film) girava sempre in accappatoio con ginocchiere e paragomiti: le precauzioni servivano a evitare che l’autore si facesse male buttandosi a terra nella scena in cui sviene davanti a Stefania Sandrelli.

Le facce dei pisani seduti sui banchi della chiesa, si ritrovano anche in altri film: il gruppo comparse era una realtà consolidata al quale si rivolgevano le varie produzioni quando c’era da girare in città. Ma non era un club di amici ristretto: un po’ di gente era scelta perché aveva bisogno di lavorare, un altro po’ perché somigliava al tipo di personaggio che la regia cercava e pochi erano quelli che entravano a prescindere.

Per “Il Piccolo Diavolo” Benigni voleva la natura umana più mista, per rappresentare tutte le persone che vanno in chiesa. Nella piazzetta c’era la tenda della sartoria per gli artisti. Per le comparse non era previsto il passaggio in sala trucco: era solo richiesto un vestito pesante per ripararsi dal gelo antico di San Zeno.
 

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di Redazione web