Il Tirreno

Pisa

Studentessa pisana nell’inferno dei campi profughi

di Sharon Braithwaite
Studentessa pisana nell’inferno dei campi profughi

Martina Bianchi tra i fuggitivi in Iraq, Siria e Turchia «Scappano dall’Isis, vittime di violenze che nessuno racconta»

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PISA. Una dottoranda in scienze giuridiche dell’Università di Pisa nell’inferno dei campi profughi in Iraq, Siria e Turchia. Martina Bianchi, 27 anni, esperta di diritto internazionale, ha fatto parte di una delegazione che, a marzo 2015, ha condotto un’inchiesta sulle violazioni dei diritti fondamentali delle donne vittime dell’Isis e sulle attuali condizioni di vita delle sopravvissute nelle tendopoli e negli altri luoghi di accoglienza. Martedì 16 giugno la delegazione, creata dallo Iadl (associazione internazionale avvocati democratici) su richiesta dell’associazione internazionale del movimento delle donne curde, ha incontrato a Ginevra Rashida Manjoo, relatrice speciale Onu per la Violenza contro le donne, e le ha consegnato una sintesi del rapporto di indagine.

«Abbiamo visitato i campi profughi e i villaggi della provincia turca di S¸anliurfa, del distretto iracheno di Zakho e del cantone del Rajava siriano. Abbiamo raccolto decine di testimonianze e materiale probatorio che confluirà in un rapporto che sarà presentato all’Onu a settembre – racconta Martina Bianchi -. La delegazione era composta da 13 donne europee, in gran parte avvocati e giuristi che si occupano di femminicidi e violenze domestiche; due avvocatesse curde emigrate in Europa, la psichiatra Assunta Signorelli, già assistente di Franco Basaglia; la fumettista e blogger Stefania Spanò (in arte Anarkikka) e la videomaker romana Alice Corte». La missione è iniziata intorno alla metà di marzo 2015 ed è durata dieci giorni. Il gruppo di donne ha percorso centinaia di chilometri visitando le zone più interessate dal fenomeno dei profughi e raccogliendo le tragiche testimonianze di chi è riuscito a scappare dall’orrore dell’Isis e che adesso a malapena sopravvive nei campi profughi. «Le violazioni dei diritti umani ci sono state raccontate da chi ha avuto incontri ravvicinati con le truppe dell’Isis. La stragrande maggioranza dei profughi ha sentito parlare della loro avanzata e per questo si è data alla fuga – spiega Bianchi -. Abbiamo incontrato i sopravvissuti degli attacchi ai villaggi, constatando la sistematicità dell’efferatezza di dimensioni colossali. I termini crudi riportati dalla stampa occidentale purtroppo non si avvicinano neanche lontanamente a descrivere la reale gravità della situazione». Il massacro di interi villaggi fa parte di un piano coordinato. «La strage di civili fa parte di una tattica di guerra, volta a colpire principalmente donne e bambini, come arma di terrore. In ogni villaggio i guerrieri lasciavano libero qualche superstite, affinché raccontasse agli altri villaggi quanto aveva visto. La prassi è sempre la stessa: il villaggio viene circondato all’alba senza avvertire la popolazione civile; vecchi e uomini vengono uccisi con esecuzioni pubbliche, le donne dai 12 anni in su vengono stuprate, ridotte in schiavitù per essere vendute oppure date in premio agli jihadisti». Difficile avere dei dati precisi sulle donne rapite, i numeri delle persone sparite sono stati forniti alla delegazione dai singoli villaggi. Molte sono tuttora prigioniere. «Quando sono rientrata a Pisa mi è sembrato di aver fatto un salto nel tempo – conclude Bianchi -. Nei campi profughi manca tutto, beni e servizi essenziali inesistenti, strutture inadeguate. Ci sono gravi discriminazioni nella distribuzione degli aiuti umanitari. Gravi casi di malnutrizione infantile. Nessun assistenza specifica per le vittime che hanno subìto traumi fisici e psicologici. Gli unici che stanno cercando di assistere i profughi sono i curdi stessi. Non esiste un canale umanitario aperto perché le frontiere sono chiuse. Rashida ci ha chiesto di approfondire il collegamento tra la pratica di femminicidio sistematico e il genocidio di minoranze etnico-religiose; si è detta interessata alla capacità delle donne curde di auto organizzarsi e autotutelarsi. Nell’abstract che le abbiamo consegnato, sono spiegate le violazioni che abbiamo riscontrato e chiediamo all’Onu di farsene carico».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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