Sicurezza
Dal carcere alla maturità la bella sfida di Simone
Un trentacinquenne detenuto al Don Bosco cerca il riscatto con la scuola L’Associazione Controluce: «Ha avuto risultati sempre migliori ogni anno»
PISA. Prova di italiano nei giorni scorsi anche per Simone, trentacinquenne laziale, detenuto al carcere Don Bosco da sei anni, con una pena residua non lunghissima ancora da scontare. Dopo un percorso di studi durato cinque anni è stato ammesso alla maturità per l'indirizzo Economico Aziendale dell'istituto Ipsaar Matteotti. La sua media di ammissione ha rasentato l'otto. Dall'istituto è stata inviata al Don Bosco una commissione che ha aperto la busta con le tracce dei temi e il giorno successivo ha vigilato sulla prova di economia aziendale. Simone sosterrà la terza prova lunedì e gli esami orali il 30 giugno.
«Forse neanche lui era convinto di poter arrivare in fondo quando ha iniziato - dice Luisa Prodi, presidente dell'Associazione Controluce, che si occupa del progetto della scuola in carcere - Eppure Simone ha conseguito risultati sempre migliori, anno dopo anno. I compagni di scuola del Don Bosco lo incoraggiano nell'impresa e i docenti lo supportano con affetto in queste giornate intense».
La settimana scorsa in carcere si è svolta anche la consegna degli attestati relativi alla promozione per altri dieci studenti. Sei di loro sono stati promossi in seconda superiore, altri quattro in terza. «Ma il numero degli idonei potrebbe essere senza dubbio più elevato - sottolinea Prodi - La scuola paga il prezzo di essere una casa circondariale, i detenuti sono soggetti a continui e repentini trasferimenti. Altri due giovani che hanno frequentato l'anno scolastico e avrebbero certamente conseguito l'idoneità per la classe successiva sono stati trasferiti dieci giorni prima degli esami. Si sarebbe potuto aspettare, anche in ragione delle circolari ministeriali che prevedono una maggiore attenzione verso chi studia. Cosa c'è di più rieducativo dell'istruzione?».
Controluce è nata alla fine degli anni Ottanta con lo scopo di promuovere il reinserimento sociale dei detenuti. «La scuola è solo una delle attività per favorire i processi di crescita delle persone recluse», aggiunge Luisa Prodi. Tuttavia può succedere che il titolo di studio conseguito non sia esattamente spendibile una volta fuori. La sua valenza è comunque elevata in termini di autostima e raggiungimento di un traguardo personale: «Per questo auspichiamo una maggiore connessione tra istruzione e formazione professionale in modo che il titolo di studio possa risultare spendibile e l'esperienza scolastica prepari al reinserimento sociale dei detenuti. Questo ovviamente non può dipendere da noi, ma dall'amministrazione del carcere, a cui è legata ogni scelta in termini progettuali».
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