Sicurezza
Prostata tolta per sbaglio, non ci sono colpevoli
Assolte due dottoresse e un’infermiera. Prove insufficienti e contraddittorie. Il paziente risarcito dall’ospedale con 215.000 euro. «Ma tornerei a Cisanello»
PISA. Nessun colpevole per lo scambio di provette che nel febbraio 2011 portò a operare, con relativa asportazione totale della prostata risultata poi sana, un imprenditore livornese rimasto menomato in modo permanente. Il giudice Paola Giovannelli ha assolto le tre imputate per lesioni colpose gravissime con quella che un tempo era la formula dell’insufficienza di prove. Ora la formula è «insufficiente o contraddittoria la prova che il fatto sussiste».
Nel corso dell’istruttoria non è stata provata in modo netto, e al di là di ogni ragionevole dubbio, la responsabile penale delle due dottoresse e dell’infermiera. Pacifico che l’errore ci sia stato, tanto è vero che l’azienda ospedaliera ha risarcito con 215.000 euro il paziente a cui venne tolta la prostata per sbaglio. Ma prima le indagini e poi il dibattimento non sono state in grado di far emergere con sufficiente chiarezza le responsabilità del clamoroso abbaglio nelle fasi degli esami medici propedeutici all’intervento chirurgico.
Secondo le contestazioni incluse nella citazione diretta le imputate sarebbero state presenti al momento della biopsia, la cui successiva catalogazione aveva poi ingenerato l'equivoco sfociato nell'intervento da manuale degli errori subìto da un imprenditore di Livorno di 70 anni. La sentenza di assoluzione (il pm onorario aveva chiesto una condanna a 3 mesi per tutte) è stata pronunciata per la dottoressa Carla Leonetti, 63 anni, livornese, ma residente a Pisa, medico dell'unità operativa di Urologia 2 a Cisanello, difesa dall'avvocato Patrizio Pugliese; per la dottoressa Irene Di Stefano, 36 anni, di Pisa, all'epoca dei fatti medico specializzando nello stesso reparto, assistita dall'avvocato Maria Luisa Bresciani; per l'infermiera Cristina Conforti, 54 anni, di Pisa, rappresentata dall'avvocato Gabriele Marroni. Secondo quanto sostenuto dall'accusa le due dottoresse e l'infermiera, effettuando un prelievo istologico (biopsia prostatica) sul paziente, due mesi prima dell'operazione avvenuta nel febbraio 2011, inserirono nelle provette etichettate con il nome dell'uomo i campioni prelevati a un altro malato (affetto da carcinoma prostatico). Il paziente che doveva subire l’intervento era risultato sano, anche se alla fine, venne, comunque, operato perché altri esami avevano rivelato la presenza del tumore.
Al Tirreno l’imprenditore aveva ricordato la sua disavventura. «Dopo l’intervento mi convocarono a Cisanello – disse –. Li vedevo tutti molti amichevoli. Con imbarazzo mi dissero: "Ci siamo accorti della sostituzione delle biopsie. La sua era negativa" (che in medicina è un bene, ndr). Mi avevano tolto la prostata ed era sana. A Pisa ho trovato una grande professionalità. Al di là dell'errore, a Cisanello ci ritornerei senza pensarci due volte».
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