Sicurezza
Natale a Cortina, estate a Forte ma ora non possiede più nulla
PISA. Immaginate di avere una vita agiata, circondato dall’amore del coniuge e dei figli, con un lavoro che vi piace. Natale a Cortina e l’estate nella villa di Forte dei Marmi. Un giorno, per...
PISA. Immaginate di avere una vita agiata, circondato dall’amore del coniuge e dei figli, con un lavoro che vi piace. Natale a Cortina e l’estate nella villa di Forte dei Marmi. Un giorno, per curiosità o per noia iniziate a giocare alle slot-machine al vostro bar preferito. «Tanto non ho problemi di soldi, che sarà mai», pensate. Una frase che poi trascina in un vortice. Nel giro di dieci anni perdete tutto: soldi, partner, figli, amici. Vi ritrovate soli, ad un punto di non ritorno, con un impulso irrefrenabile e senza preoccuparvi del futuro. Questa è la storia di un signore benestante, di cui non sveleremo il nome per motivi di privacy, che alla soglia dei 60 anni è entrato in comunità per disintossicarsi dall’alcool, una dipendenza che anche in questo, come spesso avviene, è risultata associata a quella del gioco. Ora sta meglio e vive in una casa-famiglia.
Sono principalmente di sesso maschile, italiane, di età compresa tra i 30 ed i 40 anni, le persone con problemi di dipendenza dal gioco che nell’ultimo anno si sono rivolti alla cooperativa sociale “Il Cammino”. Sono sposati, con figli e hanno un lavoro. «Quando arrivano qui sono sul punto di perderlo - racconta Matteo Lami -. Il problema che sentono non è la dipendenza dal gioco, ma le ricadute sulla famiglia. Sono 28 i contatti del 2014, di cui 16 hanno fatto un percorso specifico».
Questa patologia non dipende dallo status sociale ed economico ma dal livello culturale, di solito medio-basso. «Giocano perché dicono di aver bisogno di soldi pur avendo uno stipendio regolare - aggiunge Lami -. Il gioco diventa ben presto una vera e propria dipendenza, uno stile di vita». L’impulso verso le scommesse e le slot-machine è difficile da debellare, ma è possibile curarlo con l’aiuto di persone competenti e con la motivazione del soggetto stesso. «La rieducazione avviene con processi diversi a seconda dei casi: consiste nel riscoprire modalità di ricerca del piacere diverse dal gioco d’azzardo», spiega Elena Maria Caciagli, educatrice di “Mind The Gap”. A questo percorso si affianca un sostegno psicologico individuale o familiare. «Per il dipendente la giocata successiva è quella vincente e serve a recuperare i debiti pregressi - dice Ilenia Andolina, psicologa -. La durata della terapia dipende molto dall’età e dal livello cognitivo della persona».(s.b.)
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