Il Tirreno

Pisa

Ricoverato all’hospice inaugura mostra di pittura

di Gianluca Campanella
Ricoverato all’hospice inaugura mostra di pittura

Fabio Del Seppia ha fatto lo chef in giro per il mondo, poi si è ammalato Dipinge da 15 anni, ma quella di domani sarà la sua prima personale in Italia

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PISA. Domani alle 17 si inaugura una mostra d’arte contemporanea che ha una location un po’ particolare: l’allestimento infatti sarà realizzato nella sala lettura dell’Hospice di via Garibaldi, il centro per le cure palliative e la terapia del dolore gestito dalla Asl5. L’artista che espone è il pisano Fabio Del Seppia, che da qualche mese è ospite della struttura poiché è malato. Un’idea nata quasi per caso diventa un manifesto del coraggio: “Vissi d’arte, vissi d’amore” è il titolo della mostra, preso in prestito da un’aria della Tosca di Giacomo Puccini, che in modo diverso tocca le stesse tematiche di affetto, bellezza, morigeratezza e morte.

Del Seppia, 62 anni, è costretto a letto dalla malattia, ma nell’arte ha sempre trovato una via di fuga, un modo per «esprimere quello che ho dentro», tanto che la pittura è stata una parte della sua vita: «Sono cuoco da 35 anni, gli ultimi 13 li ho fatti in cucina a Parigi; e ho preso i pennelli in mano 15 anni fa, senza più smettere».

A proporre l’idea dell’esposizione è stato «Marco, uno dei volontari di via Garibaldi», racconta Del Seppia: «Poi ha coinvolto gli altri, che lavorano tutti molto bene; e mi fido dell’allestimento che hanno scelto, visto che io non mi posso muovere».

Le tredici chine, che risalgono al periodo parigino, saranno appese al muro come normali quadri con i chiodi. Le tele, invece, saranno poggiate sui divani della sala lettura. L’hospice, che già nei giorni “normali” è un ambiente ovattato e molto rilassante, avrà un’aria ancora più delicata: «Mi aspetto tanto da questa mostra – commenta l’artista – perché chi viene qui è ricco di umanità. Penso che ci sia ancora qualcosa da imparare».

Al contrario dell’esposizione, i quadri di Del Seppia non hanno un titolo: «Lascio la scelta a chi li vede di dare un significato». Ripartiamo dai tempi di Parigi, quando arriva la prima brutta notizia di una malattia che obbliga l’uomo a un trapianto. «Da lì nascono le chine», spiega Del Seppia, con soggetti che riproducono all’infinito palazzi e strade vuote: «Rappresentano solitudine e pazienza, la stessa che serve per affrontare la malattia e realizzare quelle opere».

Poi la guarigione e il periodo più colorato: «Ho sposato in pieno lo stile di Jackson Pollock. Avevo un atelier in un quartiere di Parigi pieno di fervore artistico e lavoravo in uno squat, una casa occupata, dove c’era lo spazio per poggiare grandi tele a terra».

La tecnica è quella del dripping, esaltata da Pollock, che richiede grandi dimensioni «dove è meraviglioso l’impatto del colore». Per due volte Del Seppia è costretto a ridurre la grandezza delle sue tele: quando lo squat viene dis-occupato («tornai a lavorare a casa mia, più piccola») e quando arriva la seconda malattia, «una botta tremenda, che per una settimana mi ha fatto smettere di dipingere».

La vita di Del Seppia cambia per sempre, «divento un malato terminale e torno a Pisa, dove mia figlia mi accoglie con gioia e amore». Da febbraio Del Seppia è ospite della struttura di via Garibaldi: «È una fortuna e una sfortuna che ci sia. Sfortuna, perché è una realtà unica in Toscana, dovrebbero essercene di più e accogliere più malati. Fortuna perché come lavorano qui, non ce n’è!».

Una oss, operatrice socio sanitaria, scopre il passato dell’artista e «il giorno dopo mi ha stupito e toccato, presentandosi con cinque tele; poi gli amici mi hanno regalato i colori e tutti (medici e personale) mi hanno incoraggiato a continuare. Questo posto è speciale».

Un solo rammarico: «Per non sporcare le lenzuola uso tele ancora più piccole; ho inventato nuove tecniche, come i colori nelle siringhe o nei bicchieri bucati».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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