Il Tirreno

Pisa

Le prof: la classe doveva essere sospesa

di Gianluca Campanella
Le prof: la classe doveva essere sospesa

Sulla gestione del caso critiche rivolte al preside che replica: «Abbiamo fatto ogni accertamento, ma non è emerso nulla»

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PISA. In attesa di un colpevole che ancora non spunta, nella scuola della ragazza insultata con alcune lettere razziste, i discorsi si concentrano su come agire (o si sarebbe dovuto agire) per chiudere il caso. E affiorano le prime critiche.

Le docenti. È da poco suonato l’intervallo; è il giorno dopo la perquisizione dei carabinieri e tutti continuano a parlare della vicenda che tiene banco da tempo. Una professoressa chiacchiera con le sue colleghe e all’inizio il suo ragionamento non lascia intuire dove vuole andare a parare: «Se fosse successo in gita? Non dicevi nulla per non rovinare la festa ai ragazzi?». Ma presto si capisce che il discorso è una critica a come è stata gestita la storia: «Nemmeno in gita sarebbe stato opportuno aspettare, perché queste cose ti segnano per tutta la vita. E qui, invece, da due mesi si sa delle lettere e nessuno ha fatto niente».

Le critiche. Le insegnanti non pronunciano nomi; ma una del gruppo aggiunge un dettaglio che riduce i possibili obiettivi al dirigente scolastico o al consiglio di classe: «Se sospendevi tutta la classe subito, vedrai come usciva il colpevole!». Un’altra concede il beneficio del dubbio: «Facile giudicare adesso, quando ci siamo accorti che questi ragazzini non parlano. Resta il fatto che il danno ora è maggiore di quello che si voleva evitare due mesi fa, ammesso che sia la prudenza il motivo per cui non si è fatto niente».

La bidella. Una collaboratrice scolastica distante dal gruppo, ragiona per conto suo; ma la sua conclusione sembra la prosecuzione del dialogo precedente: «Ormai si sentono invincibili. Quei ragazzi non crollano; e più gli metti pressione, più si gasano». Obiettiamo che hanno solo 14 anni e i casi sono due: presto qualcuno non reggerà e si tradirà oppure, se sa, denuncerà i compagni. Non è spiegabile il silenzio compatto di 25 persone, altrimenti viene il sospetto che davvero nessuno sappia perché dietro ci sarebbe una mano adulta che non si è fatta beccare. La bidella interrompe con sicumera: «Ma quali adulti? I ragazzini sanno essere più cattivi».

Gli allievi. Non sembra, a guardare una scena che si svolge poco più avanti, dove un alunno del secondo anno mima al centro di un capannello le parole che una loro insegnante ha pronunciato poco prima durante la lezione: «Deve uscire il nome»; e le cadenza con i palmi all’insù, battendo la mano destra in quella sinistra per tre volte. Tutti ridono. C’è un fossato tra grandi e piccoli: i più giovani ancora non percepiscono l’entità di quello che sta accadendo. Mentre uno studente del quarto anno si lancia in un tentativo di interpretazione sociologica: «In Italia non c’è la percezione del male…» lasciando i suoi compagni perplessi. Uno sentenzia salomonico: «Tanto tra un po’ la scuola finisce. Hanno tutte le vacanze per rifletterci su». Pare che dia per scontato: il nome non esce.

Differenze col passato. Un’altra professoressa, propone un diverso punto di vista: «Bene ha fatto il genitore di quella ragazza a denunciare. Perché adesso hanno mandato dieci carabinieri a prendere smartphone e password». Alcuni commenti sul sito del Tirreno parlano di sproporzione; ma lei ribatte: «Non dovrebbero sorprendersi dei dieci carabinieri, ma del fatto che tutti gli altri episodi di bullismo non sono mai stati denunciati. Forse ora creiamo un precedente e finalmente le cose cambiano».

Il preside replica. Il dirigente scolastico, interpellato, ha spiegato che «un procedimento disciplinare si basa su contestazioni precise: se avessimo sospeso tutti, qualche genitore avrebbe protestato». Non si può contestare l’omertà? «Forse prima del 1998, ma le norme sono cambiate. Ora mi sembra poco sostenibile e comunque se un ragazzo dice che non sa niente non è per forza omertà; può essere anche la verità». Il preside prosegue: «Abbiamo fatto tutti gli accertamenti che dovevamo e non abbiamo avuto alcun riscontro oggettivo, né confessioni. Non siamo un potere giudiziario e a un certo punto ci dobbiamo fermare». Ultima domanda: ha deciso da solo o con il voto del consiglio di classe? La risposta: «Non aggiungo altro».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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