Sicurezza
«È successo pure a me» Il web svela il disagio
La storia della studentessa discriminata fa emergere tante esperienze simili Su Facebook gli sfoghi-commenti di chi ha subìto vessazioni e angherie
PISA. «È successo anche a me…». La storia della 14enne di origini senegalesi che in una scuola di Pisa è stata bersagliata da lettere anonime a sfondo razzista («Non si è mai vista una negra che prende 10») ha suscitato grande discussione sulla pagina Facebook del Tirreno.
C’è chi minimizza dicendo che si tratta solo di una ragazzata che non ha niente a che fare col colore della pelle, chi sposta l’attenzione sulle famiglie («State accusando dei ragazzini, quando i veri balordi sono i genitori», commenta Matteo La Vella), e chi infine collega l’episodio pisano a quanto sta avvenendo su scala nazionale («Questo è il risultato della violenza mediatica che sta riempiendo la testa a questi ragazzi», scrive Marco Giannola). In molti, però, esprimono la propria solidarietà alla giovane ricordando come l’invidia tra i banchi di scuola sappia assumere forme assai diverse, ma sempre spiacevoli. Forme che in molti hanno sperimentato direttamente.
«Non è razzismo – commenta il profilo Adesso basta –. Semplicemente sono ignoranti: una volta odiavano quelli del sud, quelli della periferia, quelli più poveri di loro».
«Una volta hanno insultato uno per i suoi capelli rossi, uno per le lentiggini, una per il sedere grosso – scrive Ida Gentile – Qui mi sembra che più di un razzista si tratti di un semplice cretino».
Andrea Semboloni si scaglia contro quanti non danno peso all’accaduto: «Mi vergogno di leggere certi commenti che, anziché condannare il bullismo, mirano a giustificare il razzismo».
Stefania Macrì si identifica con quanto accaduto alla 14enne. Nel suo caso il pretesto che scatenò le angherie dei compagni era l’origine meridionale.
«Io penso a me stessa – scrive –. A 9 anni ho dovuto attraversare quello che per me è stato l'inferno qui a Pisa, perché venivo da un'altra città, perché non nascondevo il mio amore e il mio attaccamento per le mie origini. I bambini e i ragazzi sanno essere crudeli, sanno torturare con costanza e senza remore. I genitori si dovrebbero vergognare di aver (non) educato i loro figli così”. Riflessione analoga è quella di Alessandra Gemignani: «Episodi del genere li ricordo circa 30 anni fa, non rivolti verso bambini stranieri ma verso bambini del sud. Gli italiani in primis conoscono bene questo tipo di argomento».
A volte a scatenare il livore dei compagni è il colore della pelle, altre l’origine, altre ancora la capacità e o il bell’aspetto. Clarissa ci ricorda che anche sua figlia è stata bersagliata dagli altri studenti: «Una ragazza brava a scuola è sempre un po’ oggetto di invidie e critiche da parte di chi rifugge quell'impegno e prova fastidio nel vedere un coetaneo superiore a lui. Lo so, l'ho provato con mia figlia, che subiva spesso gli attacchi gratuiti dei compagni. Lei aveva l'aggravante di essere molto carina e piuttosto benestante. Nel caso in questione l'invidia è anche accompagnata dalla gelosia nei riguardi di chi viene da un altro paese quasi a "rubarti" un posto, sia che sia una graduatoria scolastica, sia che sia un concorso di lavoro, dimenticando che esiste qualcosa che si chiama merito e non deve tener conto di nient'altro che dei risultati guadagnati con fatica e volontà. Più che razzismo lo definirei invidia. Una cosa molto stupida, perché sono questi gli immigrati che vogliamo in Italia».
Un’altra testimonianza interessante è quella di Sharifa Ismaila, una 18enne di origine straniera nata nel Novarese, a Borgomanero. Dopo aver frequentato le scuole italiane ora studia in un college in Inghilterra: «Ero una tra le più brave della classe in Italia, alle medie prima e alle superiori poi. Stessa cosa ora al college a Londra. Mai nessuno, però, si è permesso di dirmi una cosa del genere! Che vergogna!»
Gianni Parrini
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
