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«Devono vergognarsi ma spetta alla scuola il dovere di educare»

«Devono vergognarsi ma spetta alla scuola il dovere di educare»

Il professor Prosperi interviene sul caso della ragazza offesa «Sul tema del razzismo la repressione da sola non serve»

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PISA. «Questo e le recenti polemiche sui cosiddetti “corsi di cultura rom” in una scuola media sono temi importanti in una società come quella pisana. È un bene parlarne in una città di studi con alta tradizione civica. Vanno subito bloccati: non con un’azione di polizia, ma educatrice. Per questa gente invidiosa non c’è altro mezzo che l’esposizione alla vergogna pubblica».

Il professor Adriano Prosperi (nella foto), docente di Storia Moderna alla Normale, commenta l’episodio delle offese razziste a una ragazzina di colore bravissima a scuola.

Il compito spetta alla scuola? «L’episodio apre una riflessione sulla funzione della scuola, luogo dove i diritti riconosciuti dalla Costituzione sono assorbiti e diventano quotidiano. Senza la coscienza di questo, viene a mancare la costituzione materiale del Paese».

Parliamo dei due episodi citati. «Sono due momenti della vita delle scuole pisane che ci chiama in causa. Come si affrontano questi problemi del nostro tempo? C’è ancora chi accusa una ragazzina nera: colore della pelle e componente sessista messi insieme. Sono temi all’ordine del giorno che pensavamo lontani: le donne in Nigeria o il premio Nobel per la pace alla ragazza pakistana aggredita solo perché voleva studiare. Si deve rafforzare l’agenzia fondamentale dei diritti che è la scuola».

Perché?

«Ci possiamo rivolgere ai giudici, ma la sola repressione non serve a nulla. La reazione alla diversità è istintiva: basta poco ed esce fuori il razzismo, come dimostrano i casi degli Stati uniti, dove pensavano di aver risolto il problema. Per fortuna non siamo al loro livello. Ma la scuola, con i mezzi adeguati e la qualità degli insegnanti, deve essere la prima cassa di risonanza perché lì si sperimenta la società: se non si risolve lì, non si risolve più».

Nella sua esperienza ha incontrato casi simili?

«Ho lavorato solo per un breve periodo nella scuola pubblica e ricordo che sul tavolo del collegio dei docenti emergevano i problemi delle famiglie. La scuola pubblica sta diventando come le università, un esamificio, un luogo di passaggio quasi inutile. Non è un caso che negli Usa sia considerata inferiore a quella privata e ci siano i fenomeni prima detti. Ma spero che la riforma della scuola, attuale in questi giorni, si occupi della questione».

Dice scuola pubblica, non solo scuola.

«Non è una posizione ideologica. Fermo restando il diritto costituzionale di chiunque di istituire scuole, solo la scuola pubblica può garantire che tutti ottengano gli stessi strumenti di educazione umana e culturale, anche il ragazzo nato nell’ultimo borgo del Sud. Mi preoccupa una scuola che deve procurarsi i fondi: già oggi i genitori portano la carta igienica ed è importante che i genitori contribuiscano; ma a Bolzano come nel Meridione è importante che tutti gli studenti abbiano gli stessi mezzi, altrimenti si rinuncia a creare un senso di cittadinanza. La scuola è una palestra civile».

Prima parlava di invidia: sinonimo di razzismo?

«Femmina e nera sono il massimo della differenza. Si creano delle differenze per tirarsi su e per avere occasione di dire: “Io sono meglio”. I ragazzi sentono tutti i giorni notizie sui migranti. Ma se un insegnante facesse loro leggere il brano dell’Odissea in cui Ulisse è accolto dai Feaci con tutti gli onori; se un professore facesse amare loro questa lettura, forse capirebbero che i valori dell’accoglienza sono iscritti nella nostra cultura e avrebbero il dubbio che i respingimenti sono un crimine».

In conclusione, educare e lasciare liberi.

«La scuola non deve trasfondere nozioni, ma far vibrare passioni. Quasi mai i miei studenti hanno imparato quello che insegnavo, ma a loro è rimasta una sensazione di interesse. La libertà dà orizzonti più vasti».

Gianluca Campanella

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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