Sicurezza
Ex Draga trasformata in un “albergo” per tossici e sbandati
Nell’edificio ricavate le stanze dove consumare eroina. Qualcuno ci dorme, mai rimosse le centinaia di siringhe
PISA. Ha attraversato il dopoguerra cambiando vita mille volte. Da negozio di biciclette a concessionaria d’auto. Ma anche spazio per convegni politici e pure pizzeria. L’ultima immagine sempre più sfocata nel ricordo di chi l’ha frequentato è quella di un locale destinato alla ristorazione che dà il nome al rudere sul lungarno Guadalongo-piazzetta Don Minzoni.
Si chiama ex Draga e tra le metamorfosi che quel fondo ha subìto la più bassa è quella attuale: un ricovero di sbandati dove si spaccia e si consumano sostanze stupefacenti. Ma non gli spinelli da passarsi dopo una tirata. L’eroina da iniettarsi o da fumare ha trovato nell’immobile che avrebbe dovuto ospitare appartamenti di lusso una location ideale. Tra mamme che spingono i passeggini con i pargoletti, podisti che corrono verso le Piagge o ritornano dalla seduta di jogging e pensionati seduti sulle panchine, si aggira con segni di riconoscimento convenzionali la fauna degli spacciatori. I clienti vanno a colpo sicuro. Arrivano a piedi o in bicicletta. Se non hanno già la dose in tasca se la procurano senza troppi problemi incrociando le offerte dei pusher. E al quel punto l’ex Draga mostra tutta la sua utilità di monumento dell’abbandono. La rete intorno al cantiere è più decorativa che protettiva.
Un piccolo slalom tra l’erba alta e, imboccata una stradina sterrata, si arriva al fabbricato che sembra un groviera. Ci sono solo solai e colonne portanti. E il tetto. Entrare è semplice. Capita di sentire delle voci straniere. C’è chi vive in quel tugurio o chi passa per il suoi traffici. Gli spazi sono ampi e si possono evitare incontri indesiderati. Basta muoversi senza far rumore, farsi gli affari propri e c’è posto per tutti. Quella che non può essere ignorata è una distesa di siringhe al piano terra, vicino a un muro. Tra rifiuti e cartacce gli strumenti usati dai tossicodipendenti sono un arredo naturale. Mossi alcuni passi verso l’esterno ci si imbatte in un cumulo con centinaia di scatole di prodotti dietetici a marchio Mességué. Provenienza farmaceutica. Si può solo supporre su come siano finite lì. Così come è ipotizzabile l’origine non proprio lecita di decine di borse e borselli. Tutti vuoti e accatastati alla rinfusa. Il tempo e l’abbandono hanno contribuito a realizzare quel dedalo di ambienti nei quali le tracce di chi si fa non vengono rimosse. E allora si vedono le siringhe usate gettate sul pavimento, le fiale di acqua, i cucchiaini. Ma anche la carta stagnola dove si mette l’eroina per poi scaldarla con gli accendini e fumarla.
I kit dei tossici sono in diverse stanze che raccontano quale e come è stato consumato lo stupefacente. I mattoni uno sopra l’altro diventano le sedie messe in circolo per preparare la dose. In un pertugio la vista è chiusa da una tenda. L’odore è quello di una cloaca. Steso su un giaciglio, non si sa se un letto o una panca, un immigrato si raggomitola sotto le coperte di colore incerto. Di sicuro luride. Non reagisce alla presenza di estranei. È abituato agli inquilini-spettri del palazzo che dagli appartamenti di lusso è passato a ospitare le stanze del buco.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
