È morto Mario Biasci era l’ultimo dei democristiani
Fu consigliere comunale, regionale e deputato Sfidò la sinistra interna e vinse con migliaia di preferenze
PISA. Ai più giovani, forse, il suo nome dice poco o nulla. Dice sicuramente molto, invece, a chi è cresciuto nella Democrazia cristiana, ne ha vissuto le lotte interne e l’ha vista morire.
Dopo una coraggiosa lotta contro una malattia, ieri se n’è andato l’onorevole Mario Biasci, 76 anni, originario di Volterra, ma pisano fin dall’adolescenza. Lascia la moglie Patrizia e numerosi nipoti. I funerali domani alle 17 nella Chiesa del cimitero della Misericordia.
Politico di razza, democristiano doroteo, consigliere comunale, regionale, poi deputato, aveva vissuto l’ultima avventura due anni fa candidandosi a sindaco con la lista civica “Avvenire per Pisa”. Le urne furono tutt’altro che generose con lui e la sua squadra, ma l’importante - come disse all’epoca - «era dare testimonianza dei nostri valori».
L’amore per la politica ha caratterizzato tutta la vita di Biasci. Tanto da fargli rinunciare alla professione di ingegnere. Eppure, quando ci parlavi, ti diceva di non avere rimpianti, ma d’essersi divertito.
Bastava vedere il gusto con cui raccontava uno dei numerosi aneddoti della sua esperienza parlamentare: tutti ricordano il 16 marzo 1993, piena Tangentopoli, quando «c’erano avvisi di garanzia ogni giorno». Dai banchi dei leghisti comparve un cappio, mentre tutti i deputati del Carroccio urlavano «mafiosi». Biasci era seduto accanto al suo capogruppo Gerardo Bianco, cioè a un tiro di schioppo dai padani. Cominciò un battibecco con loro, poi il parlamentare pisano corse verso i seguaci di Bossi: «Fui trattenuto da un paio di commessi che faticarono a fermarmi». A quel punto Biasci chiese a Bianco di cambiare scranno, «perché ho un carattere fumino e non volevo compromettermi»: il capogruppo disse che non ce n’era bisogno, eppure il giorno dopo Biasci si ritrovò “retrocesso” in basso, lontanissimo dalla pattuglia leghista.
La prima legislatura da deputato era cominciata nel 1987. Ma per capire come Biasci fosse approdato a Montecitorio, bisogna partire dal liceo classico Galilei, dove il futuro parlamentare arrivò a 17 anni (la famiglia veniva da Volterra): «I maschi non sapevano cos’era lo sport, mentre io avevo giocato a pallavolo con un allenatore jugoslavo ed ero bravino come alzatore». Per farla breve, il suo insegnante di educazione fisica lo scelse come allievo preferito e gli fece praticare di tutto, tanto che qualche tempo dopo, dai salesiani, Biasci rifondò e presiedette la squadra “Turris” di volley. Con tutti questi contatti, uniti a quelli del servizio militare («Mi sono laureato al Camen quando era in funzione il reattore nucleare»), della scuola (insegnava tecnologia all’industriale ed era assistente all’Università) e del tribunale (era perito sui mutui, anche per le banche), nel 1975 «passai alla grande» come consigliere comunale. Una macchina da preferenze che sfidò il partito cinque anni dopo, quando «mi feci convincere da Giulio Battistini a candidarmi alle regionali; all’inizio non volevo, perché guadagnavo bene e penso che la politica sia una cosa seria: devi sacrificare tempo a tutto il resto». Ma una volta accettato, «la corrente di sinistra della Dc, che mi ha sempre ostacolato, pensò di danneggiarmi schierando nel mio collegio Carlo Ciucci; in realtà mi fece un favore, perché c’erano sei o sette di sinistra, ma solo io di centro». Passarono Piero Pizzi e Biasci; terzo, per meno di 200 voti, Ciucci. Biasci sfidò la sinistra Dc anche quando si candidò al parlamento: entrò con 33mila preferenze.
Ci sarebbero da raccontare tanti episodi. Scegliamo i due più significativi: la visita di mezza giunta Cortopassi a Giulio Andreotti organizzata da Biasci per far arrivare i soldi per la Torre, a rischio crollo. E la lettera alla Piaggio per convincere i soci a non delocalizzare nel meridione, dove c’erano sussidi economici: «Quello di Benevento (Clemente Mastella, ndr) aveva già preparato i manifesti con “2.000 nuovi posti di lavoro” e mi disse che l’avevo rovinato».
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