La manifestazione
Condannato per un’aggressione a suon di coltellate e con l’acido
Pena di 6 anni e 8 mesi per il protagonista di un assalto in strada ai danni di un passante scelto a caso
PISA. Odiava il mondo e per sfogare la sua rabbia cieca si accanì su un passante a caso. Prima le coltellate. Poi l’acido gettato sul volto. Gesti di un folle che ieri mattina si sono tradotti in una condanna con il rito abbreviato a 6 anni e 8 mesi per tentato omicidio e lesioni gravissime. La storia risale alla mattina del 21 giugno 2013 (video). Quel giorno Alberto Mennucci, 40 anni, una vita segnata dalla droga e da una psiche ormai deragliata, esce dall’appartamento di piazzale Amalfi. Scende in strada e in via Piave aggredisce uno scooterista che abita poco distante, in via Contessa Matilde. Non lo conosce, ma questo non è importante. Gli sferra cinque coltellate alla schiena. La lama provoca ferite superficiali. Alla reazione dell’aggredito Mennucci risponde con il lancio di acido sul viso. I segni di quel delirio sono ancora presenti sul volto dell’uomo, un 49enne, che giovedì mattina era in aula durante il processo davanti al gup, Guido Bufardeci. Un giorno di latitanza e poi Mennucci si presenta in questura. Dopo un passaggio al Don Bosco lo trasferiscono all’ospedale psichiatrico di Montelupo Fiorentino dove è rimasto in questi anni. E qui resterà, o almeno in una struttura protetta individuata dopo la chiusura dell’Opg, secondo quanto disposto dal giudice nella sentenza che ha riconosciuto all’imputato un vizio parziale di mente. Il pm, Paola Rizzo aveva chiesto 10 anni di reclusione. Pena a cui si è associato il legale della parte civile, l’avvocato Muriel Petrucci. Minimo della pena la richiesta dell’avvocato difensore, Massimo Lombardi, che nella sua arringa ha sottolineato la tragica situazione familiare di Mennucci.
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Un’esistenza tra degrado e droga per spiegare una violenza deflagrata nell’odio che provava verso il prossimo. Lui era senza lavoro, nessuno lo aiutava e allora chiunque andava punito. Il legale ha fatto presente il parziale recupero avvenuto durante la detenzione all’Opg e la necessità, scontata la pena, di un reinserimento sociale. Sui fatti contestati lo stesso Mennucci, pur prigioniero dei suoi incubi, ammise subito ogni responsabilità chiedendo anche scusa per poi chiudersi in un mutismo da alienato. In casa la polizia trovò un armamentario da brividi. Arrivarono all’indirizzo di piazzale Amalfi perché Mennucci nel suo assalto senza senso aveva perso il portafogli. Le stanze luride, prive di luce e acqua, erano arredate con acidi, armi bianche, un manichino per addestrarsi a colpire una sagoma, un pannello di compensato contro cui lanciare i coltelli. Una casa degli orrori capace di raccontare anche una grande solitudine di chi l'abitava. Viveva di espedienti e nel condominio la sua presenza era più temuta che ignorata. Dopo l'arresto i vicini tirarono un sospiro di sollievo.
A monte di quel gesto folle che gli è costato una condanna e lo terrà in una struttura per chi ha problemi psichici ancora per molto, c’è una sofferenza che nasce da disagi familiari. Il padre era morto suicida e Mennucci aveva vissuto con la madre, costumista del Teatro Verdi morta alcuni anni fa, i cui attrezzi del mestiere (forbici, manichini etc) erano stati poi usati dal figlio per sfogare le sue paranoie. La donna era alcolizzata e il bimbo, così raccontarono i vicini nei giorni successivi all’arresto, spesso veniva picchiato. E anche il secondo marito della mamma lasciò un segno profondo di violenze domestiche. L’abbandono della compagna fece precipitare Mennucci in un abisso senza possibilità di riscatto. L’episodio del 21 giugno 2013 fu la cronaca di una tragedia sfiorata con un obiettivo scelto a caso che porterà per sempre i segni dell’acido sul volto. Bersaglio di un rancore violento di chi ce l’aveva con il mondo e ha rischiato di trasformarsi in un assassino. Da vittima di una condizione da dannato a colpevole di un tentato omicidio.
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