Il Tirreno

Pisa

On line tutti i documenti sul caso Serantini

di Antonio Scuglia
On line tutti i documenti sul caso Serantini

Oggi 43 anni fa il giovane anarchico moriva in seguito alle percosse subite dalla polizia

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PISA. La Biblioteca Franco Serantini, come ogni anno, ricorda il giovane anarchico morto tragicamente nelle carceri di Pisa il 7 maggio 1972 e in questa occasione, con lo scopo di preservare la memoria della vicenda, la Biblioteca ha iniziato la pubblicazione di tutti i documenti relativi a questo caso in suo possesso, che verranno gradualmente pubblicate sulla propria piattaforma digitale (http://bfscollezionidigitali.org ).

Il 5 maggio 1972, a Pisa la polizia caricò violentemente una manifestazione di protesta contro il comizio elettorale del Msi. Il giovane Franco Serantini, durante una carica effettuata in Lungarno Gambacorti, venne duramente e ripetutamente percosso in parti vitali da un gruppo di agenti del battaglione mobile della Celere di Roma. Trasportato in stato di fermo alla caserma di Ps, Serantini fu trasferito verso le 4,20 del giorno successivo nelle Carceri giudiziarie di Pisa e rinchiuso in una cella di isolamento.

Nell'interrogatorio, Serantini, oltre ad affermare la propria convinzione politica anarchica, davanti al Procuratore precisò di essere stato colpito alla testa da una decina di poliziotti, senza che li avesse in alcun modo provocati, e dichiarò di accusare forti dolori al capo.

Al termine di una notte passata senza cure adeguate - il medico del carcere si era limitato a prescrivergli farmaci ordinari e una borsa del ghiaccio -, la mattina del 7 maggio le condizioni di salute di Serantini si aggravarono e il giovane morì senza riprendere coscienza.

Recentemente, ricorda ora la Bfs, la Corte europea dei diritti umani ha condannato l'Italia non solo per il pestaggio subito da uno dei manifestanti (l'autore del ricorso) durante il G8 di Genova, ma anche perché non ha una legislazione adeguata a punire il reato di tortura; un vuoto legislativo che, nonostante l'Italia abbia firmato il 10 dicembre 1984 la Convenzione dell'Onu contro la tortura, ha consentito ai colpevoli di restare impuniti.

In Italia in quest’ultimo decennio, per non andare indietro troppo nel tempo, affermano gli attivisti della Biblioteca, «i casi simili a quello di Franco Serantini, anche se maturati in contesti storici diversi, si sono ripetuti, basta ricordarne alcuni nomi tra i più noti come Stefano Cucchi, Federico Aldrovrandi, Franco Mastrogiovanni, Gabriele Sandri, Giuseppe Uva, Michele Ferrulli, Stefano Brunetti e Riccardo Rasman. Una domanda ci poniamo in questi giorni in cui ricorre il 43° anniversario della tragica morte di Franco Serantini: dal momento che non è mai stato individuato dal punto di vista giuridico alcun responsabile, nonostante che nella catena degli eventi, dal momento dell'aggressione in Lungarno Gambacorti fino al decesso in carcere, si siano avvicendati con ruoli diversi vari rappresentanti delle istituzioni, è possibile che in uno Stato di diritto, che dovrebbe fondarsi sul concetto di dignità umana e che veda l'uomo come fine e non tolleri alcuna eccezione, non si possa avere giustizia e verità? È possibile che nelle istituzioni giuridiche e politiche tutti si siano dimenticati di questo caso nascondendo la verità dietro un “omertoso” silenzio? Di fronte a tale atteggiamento rimane la verità storica, quella dei testimoni dell'epoca e dei documenti, una verità incancellabile: Franco Serantini, giovane anarchico, venne picchiato brutalmente dalla polizia durante una manifestazione antifascista e morì in conseguenza di quel pestaggio nel carcere del Don Bosco il 7 maggio 1972».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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