Il Tirreno

Pisa

Cambio-camice da pagare la rivolta degli infermieri

di Pietro Barghigiani
Cambio-camice da pagare la rivolta degli infermieri

Presentati 76 ricorsi al giudice per ottenere arretrati di oltre 300.000 euro «L’azienda deve retribuire come lavoro il tempo impiegato nella vestizione»

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PISA. Piovono cause sul tavolo del giudice del lavoro Elisabetta Tarquini per affermare il diritto al pagamento del “tempo tuta”. Sono decine i ricorsi presentati dagli infermieri di Cisanello con i quali viene reclamata la retribuzione per quella fase di inizio e fine turno che si chiama vestizione. Indossare e togliersi gli indumenti necessari per lavorare sono gesti da includere nell’orario da mettere in busta paga è la tesi dei lavoratori. Un’istanza che alla fine dell’anno significa avere in tasca almeno mille euro in più.

A ruolo sono state iscritte 76 cause - per un totale di oltre 300.000 euro di arretrati pretesi - che il giudice ha smistato in due udienze per l’8 e il 22 giugno. L’azione legale da class action deriva non solo da una serie di sentenze sulle quali si è pronunciata anche la Cassazione. Lo scorso anno fu proprio la dottoressa Tarquini ad accogliere il ricorso di 6 tra infermieri e infermiere riconoscendo alla vestizione una dignità di orario di lavoro. Quanto? 18 minuti, 9 in ingresso e 9 in uscita. Un conto da 23.176,27 euro. Ma era solo l’antipasto di quello che si annuncia come un piccolo salasso per le casse dell’azienda ospedaliera.

Il verdetto ha aperto un’autostrada di ricorsi capace di ripercuotersi anche a livello regionale. Se in altri parti d’Italia, in Lombardia e in Abruzzo, i Tribunali avevano già impostato una giurisprudenza favorevole alle richieste degli infermieri, in Toscana l’accoglimento dell’istanza nel 2014 ha dato il via a un effetto domino di cui ora si cominciano a contare le conseguenze. Si sono schierati due gruppi di 5 ricorrenti, uno da 6 e, infine, il quarto troncone più corposo composto da 60 dipendenti. A cascata dall’inizio dell’anno hanno fatto ricorso al giudice del lavoro per accertare e dichiarare «il diritto dei ricorrenti alla remunerazione quale tempo di lavoro del tempo necessario all vestizione e svestizione degli indumenti di lavoro in misura pari a 18 minuti giornalieri nella diversa entità che risulterà dall’istruttoria, ma comunque sempre superiori a 5 minuti».

Segue la richiesta di condanna dell’Aoup a pagare gli arretrati. Di solito, come periodo di riferimento, si va dal settembre 2009 all’agosto 2014 per tutti e 18 i minuti da monetizzare. Dal settembre 2014 in poi viene chiesto il saldo della differenza di 13 minuti in aggiunta ai 5 già riconosciuti in busta paga dall’azienda. In media gli importi reclamati dagli infermieri si aggirano dai 3.000 ai 5.000 euro.

L’argomento della retribuzione per cambiarsi gli indumenti non è solo materia da carte bollate. È in corso da tempo una trattativa, sia regionale che aziendale, per dirimere una questione che i giudici del lavoro stanno incanalando verso una conferma sistematica dei reclami dei lavoratori: va retribuito il tempo impiegato in ospedale per togliersi gli abiti, indossare la divisa da lavoro e poi rimettersi di nuovo i propri indumenti prima di tornare a casa.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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