Il Tirreno

Pisa

Raccontate in un libro la vita e le opere dei fratelli Taviani

Raccontate in un libro la vita e le opere dei fratelli Taviani

Scrivono i registi: «La parabola Pisa sta dentro la nostra storia Vedemmo Paisà e, tornando a casa, decidemmo di fare il cinema»

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PISA. In una sorta di autobiografia professionale, in cui prevale il racconto commosso e partecipato della loro giovinezza a Pisa, i fratelli Paolo e Vittorio Taviani ripercorrono in due loro scritti autobiografici, le tappe di una straordinaria parabola esistenziale, facendoci entrare nelle pieghe del mestiere di cinema. Gli scritti, con un profondo amarcord di Pisa, sono contenuti in un libro dal titolo "Fratelli di cinema, in viaggio dentro la macchina da presa" (editore Donzelli, Roma), con saggi di Marco Barabotti, Remo Bodei, Roan Johnson, Bruna Niccoli e Roberto Perpignani. Il libro è stato presentato al cineclub Arsenale con l'intervento, tra gli altri, oltre al sindaco di Pisa Marco Filippeschi, della curatrice del volumetto Silvia Panichi.

«La parabola Pisa - scrivono i Taviani - sta dentro la nostra vita, la nostra storia. Qui abbiamo conosciuto quell'energia dirompente che dagli schermi ci disvelava il nostro paese più ignorato, più povero e ora in rivolta. Il grande cinema neorealista era insieme un evento d'arte e l'indicazione, almeno per noi, di un modo di vivere in mezzo agli altri, insieme ad altri, contro altri. Entrammo per caso al cinema Italia, nella sala semivuota veniva proiettato "Paisà" di Rossellini. Per noi due fu un'inaspettata emozione ritrovare sullo schermo quelle verità di guerra vissute pochi anni prima. Il cinema si rivelava come il mezzo più nuovo, più diretto per ricordare quell'esperienza e capirla fino in fondo. Se il cinema - ci dicemmo tornando a casa - ha questa forza, sappiamo il lavoro che faremo: il cinema».

Paolo e Vittorio Taviani, sanminiatesi, rappresentano una grande lezione di cinema italiano. Dopo tanti film importanti, legati alla storia recente o ispirati a opere letterarie, sono riusciti ancora a emozionarci profondamente con "Cesare deve morire", vincitore dell'Orso d'oro al Festival di Berlino e di cinque David di Donatello nel 2012, tra cui quello al miglior film e alla migliore regia. E adesso sono impegnati nella sfida difficile, ma anche tanto congeniale alla loro sensibilità e cultura, di una trasposizione cinematografica del "Decameron".

In questo agile libro c'è il racconto di due vite dove è impossibile tracciare un confine tra dimensione privata e dimensione professionale, di un cammino artistico d'eccezione che ha accompagnato la storia del nostro paese per oltre sessant'anni, regalando immagini che sono nella memoria di tutti noi. L'arrivo a Pisa dalla provincia, la scoperta dei Lungarni e della loro inesprimibile luce, gli anni dell'università, l'amore per il cinema e il rinsaldarsi di una fratellanza proprio nel nome di questo amore condiviso; con una postura di assoluta e rara generosità nei confronti dei giovani che si affacciano al mondo del cinema e che vorrebbero farne una professione, i fratelli Taviani regalano più di un suggerimento: «Scegliete tre o quattro film che più amate. Vedeteli e rivedeteli. E rivedeteli ancora: come ladri che spiano i movimenti di una banca da derubare. A poco a poco, ad ogni nuova visione scoprirete alcuni segreti del vostro amato regista. Non esitate ad abbandonarvi all'ammirazione: è un sentimento umile e forte, vi aiuterà a capire. Poi ricominciate tutto da capo, disfacendo e rifacendo il già fatto. Cercate in voi stessi».

L'idea di questo libro è venuta all'ex assessore alla cultura del Comune di Pisa, Silvia Panichi. Fra i tanti particolari inediti, Paolo Taviani racconta nel libro come conobbe sua moglie: «Al teatro Verdi ho visto, in loggione, dirimpettaia a me, vidi una bella inquietante giovinetta bionda, guardai più lei che lo spettacolo e dissi: quando quella crescerà sarà mia. E fu così: era Lina Nerli, pisana».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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