PISA C’è un terzo avviso di garanzia nella vicenda del buco in bilancio a Ifc, l’Istituto di fisiologia clinica del Cnr: è indagato per truffa ai danni dello Stato uno dei più stretti collaboratori di Marco Borbotti, il responsabile dell’ufficio Entrate di Ifc.
Atti dovuti. L’ipotesi di reato è la stessa delle altre due persone già iscritte nel registro degli indagati: il medesimo Borbotti ed Eugenio Picano, ex direttore di Ifc dal 16 settembre 2008 al 30 aprile 2014. Va detto che si tratta di tre atti dovuti da parte della Procura di Pisa, visto che i tre erano stati sottoposti a procedimento disciplinare interno da parte del Cnr centrale ed erano stati denunciati dallo stesso Ifc, in particolare dall’attuale direttore di Ifc, Giorgio Iervasi entrato in carica il primo maggio dello scorso anno, e da Angelo Grisanti, responsabile centrale dell’ufficio Provvedimenti disciplinari. I tre dipendenti del Cnr hanno comunque avuto ruoli diversi nella storia e di conseguenza hanno ricevuto addebiti diversi da parte del Consiglio nazionale delle ricerche.L’ultimo indagato è indicato dai querelanti come terminale di «una circostanza singolare: le stesse società esterne alle quali Borbotti affidava prestazioni di servizi o che individuava come partners di progetto, conferivano a loro volta “incarichi” al Borbotti stesso e al suo più stretto collaboratore».
Le consulenze. In pratica, questo passaggio spiega dove sarebbe finita parte dei soldi che mancano in bilancio. Finora si sapeva che c’erano falsi progetti di ricerca; che il Cnr, ritenendoli veri, accordava anticipi di cassa; e che, quando il responsabile scientifico del progetto era Borbotti, la maggior parte dei servizi svolti da terzi e collegati al progetto fasullo era affidata a una galassia di ditte quasi sempre riconducibili a tre sole persone: Antonio Bellucci, Simone Luzi e Cristina Bracci (il primo è stato compagno di scuola di Borbotti, gli altri sono legati tra loro in vario modo). Ora sappiamo che le consulenze versate a queste società hanno toccato il milione e mezzo di euro e che una parte di questi soldi sarebbe tornata a Borbotti e a un’altra persona, sotto forma di una sorta di incarichi in sub appalto. In tutto ciò l’unico reato accertato è il finto finanziamento da cui parte il meccanismo; il resto sarà chiarito dalle indagini condotte dalla Guardia di finanza.
Incarichi opachi. Bene, il Cnr sostiene che i due abbiano «ricevuto incarichi asseriti come “extraistituzionali” ma in realtà afferenti a progetti istituzionali da alcune delle medesime società per un importo rispettivamente di 47.000 e 44.500 euro, somme che dovevano costituire semmai un’economia di bilancio dell’Ente».
Insomma, che il lavoro fatto a casa o altrove dai due sarebbe potuto essere svolto in ufficio in cambio dello stipendio previsto, facendo risparmiare sull’appalto. Il confine è sottilissimo perché le attività extraistituzionali sono previste dal Contratto collettivo nazionale del lavoro usato per i ricercatori, a patto che siano fuori dall’orario e dai luoghi di lavoro e che gli interessati facciano una comunicazione (che non necessita di approvazione) al direttore del loro istituto; inoltre una circolare interna del Cnr nazionale fissa il limite per queste attività a 160 ore annue. Al netto di eventuali conflitti di interesse che devono essere evitati, la pratica è regolare, al punto negli anni è stata sempre incoraggiata anche in altri ambiti accademici poiché permette ai ricercatori di arrotondare le loro modeste entrate.