Sicurezza
“Profondo Rosso”, un film-capolavoro nato in 3 settimane
Dario Argento, a Pisa per il Macbeth di Giuseppe Verdi, si è raccontato all’Arsenale: «Di cosa ho paura? Di tutto»
di Rebecca Pardi
PISA
Chi ha più di 50 anni non può non ricordare l’impatto sconvolgente di “Profondo rosso” alla sua uscita nel 1975, con spettatori turbati eppure irresistibilmente attratti da questo film considerato il capostipite di tutto il genere horror. Così come non può dimenticare la musica dei Goblin che risuonava incessantemente da tutti i juke-box fino a diventare colonna sonora di ogni genere di “paura”. Un’occasione unica, un giorno per tornare a spaventarsi con gli effetti speciali di Carlo Rambaldi, la colonna sonora dei Goblin, il brivido di un cult, che torna sugli schermi in una copia digitale interamente restaurata dalla Cineteca Nazionale di Roma. Ed è grazie alla collaborazione della Fondazione teatro di Pisa, ed in particolare della sua direttrice di produzione Alda Giannetti , che è stato possibile organizzare questo evento ed avere all’Arsenale la presenza di Dario Argento.
Proprio in questi stessi giorni, infatti, il regista romano sta presentando al Teatro Verdi di Pisa la sua prima regia lirica con “Macbeth” di Giuseppe Verdi. Insieme al regista è intervenuto Silvano Patacca, direttore della programmazione del Teatro Verdi e ha introdotto la serata Federico Caddeo, autore di documentari sul cinema di genere. «Per me è un’emozione presentare il maestro - esordisce Patacca- fortunati coloro che sono riusciti ad acquistare il biglietto del Macbeth che saluterà la città di Pisa questa domenica; se solo avessi potuto immaginare di arrivare a conoscerlo di persona non ci avrei certamente creduto. Per me è poco più che un sogno».
La presenza del regista e l’entusiasmo per l’imminente proiezione del film hanno dato vita a numerose domande da parte di un pubblico assetato di risposte. Riportiamo le più significative.
Che effetto le fa, 40 anni dopo, essere qui a parlare di Profondo Rosso ad un pubblico giovane e così numeroso che ancora non era nato quando uscì il film?
«Ne sono orgoglioso ma non stupito: ogni volta che produco un film nuovo, e questo succede non solo in Italia, guardo la platea e la vedo composta di giovani. Le mie platee sono sempre state piene di giovanissimi che amano il mio cinema e che vogliono da me delle emozioni che spero di riuscire a regalare. Al prossimo film magari ci saranno altri ragazzi, ancora più giovani di voi».
Come è nata la sceneggiatura del film?
«In solitudine, condizione che amo moltissimo, e in poco tempo, poco più di tre settimane. La mattina mi recavo in campagna dove ho una casa isolata e iniziavo a lavorare: non c’era la luce e quando arrivavano le ombre della notte me ne andavo affinché il mio animo non si turbasse troppo (sorride)».
La sceneggiatura all’inizio rendeva perplessi i sui parenti, padre e fratello, che erano anche co-produttori del film. Giusto? «Le cose migliori all’inizio non piacciono, lasciano perplessi perché non si capiscono. Ha introdotto elementi nuovi che potevano rendere dubbiosi. Ma io sono andato avanti per la mia strada. Poi tutti si sono ricreduti e io a quel punto mi sono molto divertito. “Dario, ce l’abbiamo fatta” mi sono sentito dire quando i miei film, all’inizio oltraggiati, portavano degli incassi vertiginosi».
La memoria è un elemento costante nelle sue storie. Come mai?
«La memoria è una delle mie fissazioni; la memoria è fallace, prende dimensioni sempre nuove, suggerisce immagini diverse da persona a persona».
È stato difficile costruire il cast di Profondo Rosso?
«Scelsi con facilità David Hemmings, famoso per la sua interpretazione nel film Blow-Up di Michelangelo Antonioni, regista che adoro. Per quanto riguarda la figura femminile invece volevo un’attrice del cinema dell’ anteguerra: ma tutte le persone che cercavo erano morte o ridotte in pessimo stato. Ecco che mi venne in mente Clara Calamai e fu una scelta felicissima».
Profondo Rosso, un film di rottura. Ebbe enorme successo al botteghino con una cifra che si aggira intorno ai 2 miliardi e settecento milioni di lire dell’epoca. Si aspettava tutto questo successo?
«Quando faccio un film non mi aspetto mai niente e non penso mai al successo che ne posso ricavare. Ho seguito il mio istinto, la mia voce interiore. Ho voluto fare un film che raccontasse qualcosa di nuovo e a quanto pare, se nel 2015 è ancora così amato, ci sono riuscito».
Lei di cosa ha paura?
«Come tutti, di tutto. Ma ci sono in me delle paure trascendentali che vengono dal profondo: ecco, quelle non si possono spiegare con le parole, ma con i miei film».
Pisa vuol diventare città del cinema. Dall’8 al 12 aprile avremo in città più di 100 produttori cinematografici per un evento unico in Italia. Lei, sulla base della sua esperienza di questa settimana pisana, girerebbe un film sotto l’ombra della Torre?
«Pisa è bella e la conosco bene: sicuramente si presterebbe. La Toscana in generale è fantastica. Ancora non ho in testa il mio prossimo film. E poi non sono abituato a parlarne prima».
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