Il Tirreno

Pisa

Truffa, resta la condanna per un legale del Comune

di Pietro Barghigiani

La Corte d’Appello conferma la pena di 6 mesi convertita in sanzione pecuniaria L’accusa: in vacanza all'estero nei giorni concessi per assistere la madre

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PISA. Confermata anche in appello la condanna a carico dell’avvocato del Comune, Renata Ridondelli per il reato di truffa. I giudici di secondo grado hanno riformato la sentenza solo nella parte con cui viene convertita in sanzione pecuniaria la pena originaria di 6 mesi per un conto finale di quasi 7.000 euro.

Condanna confermata. L’imputata, difesa dagli avvocati Giovanni e Rosa Capria, aveva fatto ricorso contro la sentenza del marzo 2011 con la quale il Tribunale di Pisa l’aveva riconosciuta colpevole del reato di truffa per una serie di giorni di permesso per accudire la madre utilizzati, invece, per trascorrere le ferie all’estero. Il Comune, come in primo grado, si è costituito parte civile con l’avvocato Vinicio Vannucci.

Corte dei conti. Per gli stessi fatti l’avvocato Ridondelli, 60 anni, di Pisa, era stata condannata anche dalla Corte dei conti, sentenza confermata in appello, a risarcire Palazzo Gambacorti con 9.261 euro. L'importo è stato calcolato quantificando «la somma delle retribuzioni giornaliere lorde percepite indebitamente dall'interessata, da agosto 2007 a giugno 2009, durante i giorni di permesso retribuito ai sensi della legge 104/1992».

L'uso della legge sui congedi parentali, concessa per assistere familiari infermi, è al centro dei processi che per ora hanno visto soccombere il legale del Comune.

L’inchiesta. Il nucleo dell'inchiesta, nata dopo un esposto anonimo, erano due vacanze dell'avvocato trascorse nell'ottobre 2007 e nell'aprile 2008, «in cui aveva beneficiato di permessi retribuiti della 104/1992, rientrando poi a Pisa solo 4 o 5 giorni più tardi» si legge nella sentenza.

La contestazione era che il legale avesse chiesto un congedo parentale per assistere la madre, ma invece di farlo sarebbe partita per un soggiorno a Samarcanda, in Uzbekistan.

L’accusa. Sentita dalla Guardia di finanza, la cognata dell'avvocato aveva dichiarato che «in virtù di un preciso accordo intercorso con la Ridondelli, lei si occupava delle necessità della madre dell'avvocato per tutto l'anno, mentre quest'ultima provvedeva alle spese correnti, riconoscendole un importo forfettario a titolo di rimborso spese e che solo la sera la Ridondelli, in base ai propri impegni lavorativi, si occupava della madre e saltuariamente la accudiva nel fine settimana». Dunque, i permessi per accudire la madre invalida, secondo l'accusa, non venivano utilizzati per seguire la mamma che, al contrario era assistita dalla nuora.

La difesa. L'avvocato dell'ufficio legale di Palazzo Gambacorti ha sempre sottolineato che i permessi erano stati rilasciati dal Comune in applicazione della legge. Inoltre, «il requisito della continuità non implica la necessità di assicurare assistenza al parente disabile 24 ore su 24, bensì richiede un'attività di cura e di sostegno materiale e anche morale, purché presenti i caratteri della sistematicità e della adeguatezza rispetto alle esigenze della persona portatore di handicap grave». Secondo la difesa la funzionaria sarebbe andata in vacanza in un regolare periodo di ferie una volta terminati i permessi. Non è escluso il ricorso in Cassazione.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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