Finanza
Aula blindata per Antonio Logli
In Tribunale l'udienza per decidere sulla richiesta di rinvio a giudizio.
La difesa: il superteste inattendibile, sbaglia orari e auto viste
PISA. Un’aula“blindata” per neutralizzare l’invasione di giornalisti, fotografi e cameramen. L’udienza preliminare sulla richiesta di rinvio a giudizio per Antonio Logli per omicidio volontariato aggravato e distruzione di cadavere è in programma venerdì 6 marzo alle 9,30 davanti al gup, Giuseppe Laghezza. Udienza nell’aula al primo piano che verrà presidiata dai carabinieri per impedire l’accesso dei non addetti ai lavori. Non è esclusa la presenza di Logli che non farà ricorso al rito abbreviato dicendosi pronto, con il suo legale, ad affrontare l'eventuale processo in Corte d'Assise.
La difesa. Una testimonianza inattendibile. Un racconto che non sta in piedi. Versioni riferite con un ritardo di almeno 9 mesi. Sono le contestazioni che il legale di Antonio Logli, l'avvocato Roberto Cavani, muove al superteste Loris Gozi, il principale accusatore del marito di Roberta Ragusa, la donna scomparsa nella notte tra il 13 e il 14 gennaio 2012 dalla sua abitazione in via Dini a Gello. Se Logli è l’imputato, Gozi, 37 anni, giostraio, è il grande accusatore. I due volti di un caso giudiziario, che da 3 anni non trova una soluzione, si sono già incrociati. Nell’aprile 2013 si è tenuto l’incidente probatorio chiesto dalla Procura per cristallizzare le dichiarazioni di Gozi.
Eccone ampli stralci estratti dalle 80 pagine del documento agli atti.
Gli avvistamenti. Gozi sostiene di aver visto Logli in auto a mezzanotte e mezzo in via Gigli. E dopo una ventina di minuti di averlo visto anche litigare una donna («sono sicuro all'80 per cento») prima di farla salire in auto a forza.
Capacità visiva. Per il difensore dell'imputato, che all’epoca aveva prodotto un certificato medico, Gozi ha un'acutezza visiva di otto decimi a entrambi gli occhi. Ma Gozi replica nel controesame: «Non sono miope e non porto gli occhiali». Quelle dell'avvocato Cavani sono contestazioni che, nell'ottica difensiva, mettono in dubbio la versione del teste che fa mettere a verbale di non aver detto tutto e subito perché non voleva avere a che fare con i carabinieri. Decide poi di parlare nell'ottobre 2012.
Orari diversi. In quell'occasione Gozi verbalizzò la seguente dichiarazione: «Nella notte tra il 13 e il 14 gennaio 2012 credo fossero intorno le 1,15 circa, a bordo della mia Fiat Punto rientravo con mia moglie presso la mia abitazione«. Contestazione di Cavani: «Poco fa alla specifica domanda del pubblico ministero lei ha detto che era mezzanotte e mezzo quando è andato a prendere la moglie e circa 10 minuti ha fatto rientro perché la distanza era breve». E ancora rivolto a Gozi: «Quindi conferma che lei ha dichiarato ai carabinieri di essere passato (in via Gigli, ndr) intorno all'una, una e 10?«. Gozi: «No, io sono passato di lì... avrò sbagliato, avranno sbagliato i carabinieri come per dire...». Il giudice sottolinea: «Effettivamente poiché in altri momenti ha dichiarato circostanze diverse riguardo all'orario, diverse rispetto a quelle che ha indicato adesso la difesa sta cercando di capire, e noi cerchiamo di capire. Lei è passato a mezzanotte e mezzo o verso l'una la prima volta?» Gozi: «La prima volta a mezzanotte e mezzo».
Scambio di auto. Il teste ha detto di aver visto Logli alle 00,30 sulla sua Ford Escort Station Wagon in via Gigli rivolto verso il passaggio a livello. Poi di averlo visto intorno alle una su una Citroën C3 in attesa di una donna arrivata dai campi con cui ha iniziato a litigare con lei che chiedeva aiuto.
L'avvocato torna alla carica. «Contesto queste dichiarazioni. Gozi disse ai carabinieri e poi al pm di aver visto la prima volta un uomo alla guida di una Citroen«. Nell'ultima versione, invece, il primo presunto incontro è quello su una Ford Escort. Così Gozi spiega il motivo del cambio di dichiarazioni: «Non me la sentivo di accusare il signore ( Logli, ndr). Io con le forze dell'ordine non ho mai avuto un gran rapporto. Però ormai è venuta fuori e bisogna dire la verità. Mi assumo la mia responsabilità di quel giorno che ho sbagliato con il dottore (il pm, ndr) perché non ho detto la verità».
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