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Pisa

"Buco" milionario al Cnr, i retroscena raccontati da un ricercatore

"Buco" milionario al Cnr, i retroscena raccontati da un ricercatore

Complicato controllare ben 105 centri di spesa: «Se trucchi un Iban nessuno se ne accorge e puoi riscuotere». Un labirinto di sedi con troppe opacità

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PISA. «Questo è solo un episodio e ne potrebbero essere accaduti altri nel resto d’Italia». Ivan Duca, coordinatore nazionale Cnr/Usi Ricerca, non è stupito del buco milionario all’Istituto di fisiologia clinica del Cnr di Pisa e prova a ricostruire tutte le falle del sistema che facilitano le possibili truffe. Alla base di tutto c’è il fatto che il Consiglio nazionale delle ricerche ha un solo conto corrente, un solo codice fiscale e una sola partita Iva. Ma ha 105 centri di spesa e ognuno di questi ha più di una sede, per un totale di 350 sedi sperse da Trento a Cosenza. Il controllo è impossibile. Così, ricostruisce Duca, «quando il Cnr venne riformato dal ministro Moratti prima e confermato nell’impianto dal ministro Gelmini, noi sindacati fummo consultati e offrimmo la nostra ricetta per il regolamento di contabilità interna che la legge imponeva di riscrivere».

Le proposte furono due: o il Cnr faceva da holding e ogni istituto aveva autonomia giuridica (massimo decentramento) oppure tutta la contabilità doveva passare da Roma (accentramento completo). Nessuna delle due fu accettata e si passò all’istituzione dei direttori di istituto come figure manageriali: 130.000 euro di stipendio e il potere di nomina e di revoca in qualunque istante del segretario amministrativo che deve dare l’ok alle spese. «In pratica il controllato ha il potere di ricattare il controllante – sintetizza Duca – e a Roma non arriva mai la documentazione per effettuare i controlli». Peggio ancora, quindi, di ciò che si voleva correggere: infatti prima della riforma il direttore era solo responsabile scientifico (20.000 euro di indennità) e «la parte amministrativa era a carico di strutture decentrate di ragioneria che bollinavano le spese rispondevano a Roma».

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In questo conflitto di interessi tra arbitro e giocatore, «se metti un Iban falso – ipotizza Duca – non se ne accorgerà mai nessuno». A questo meccanismo perverso si aggiunge un’ulteriore anomalia: «Esiste una sorta di anticipo di cassa, perché il conto è unico e funziona da salvadanaio di soccorso se messo in mano a persone perbene». In pratica se un privato fa una convenzione con l’istituto di Napoli (solo per fare un esempio) per 100.000 euro, il privato emette fattura e l’istituto del Cnr lo presenta al conto centrale che subito dà i soldi alla sede locale, senza aspettare che il privato li versi davvero. Conclusione di Duca: «Se la convenzione, la fattura o l’Iban sono falsi, il gioco è fatto». Nel 2007 Usi Ricerca propose la soluzione al direttore generale del Cnr Paolo Annunziato: si crea un albo dei dipendenti e si effettua una call in cui si chiedono autocandidature per il ruolo di segretario amministrativo a chi ha i titoli; ogni due anni il segretario resta nella sede di lavoro (non è prevista mobilità), ma cambia oggetto dei suoi focus, andando a controllare i conti di un altro istituto per via telematica. Infine il segretario risponde al direttore generale di Roma e non a quello locale d’istituto. Non se ne fece nulla e oggi Duca commenta: «In un paese normale chi doveva scrivere i regolamenti, cioè Annunziato, e chi ha approvato un meccanismo che tutti dicevano non funzionale, cioè il presidente Luigi Nicolais, si dimetterebbero». (g.c.)

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