Il dolore
Ricercatore in Antartide tre mesi con i pinguini
La missione di Andrea Brongo per studiare gli effetti dell’inquinamento «Dieci minuti al giorno di contatti con la famiglia e poi tanto lavoro a -50 gradi»
PISA. La concentrazione di CO2 (anidride carbonica) si sta innalzando nell’Antartide e da qui al 2050 l’acidità dei ghiacci salirà di conseguenza, con ripercussioni che preoccupano la comunità scientifica.
È il risultato più rilevante portato a casa da Andrea Brongo, 41 anni, livornese e tecnico del dipartimento di Chimica all’Università di Pisa, che è appena ritornato in Italia dopo quasi tre mesi di missione al Polo Sud. Brongo è stato insieme a una settantina di studiosi provenienti da tutta Italia nella base “Mario Zucchelli”, nell’area Baia Terra Nova. La base non è attrezzata per affrontare l’inverno polare (nell’altro emisfero le stagioni sono invertite) e ieri è stato l’ultimo giorno di apertura.
La missione si è svolta dunque durante l’estate, intesa solo in senso astronomico: vero che il sole per mesi non tramonta mai, ma la temperatura ha toccato comunque picchi di -50 °C cioè 50 gradi sotto zero.
E le avversità meteo hanno reso parecchio difficile la campagna, che si proponeva il campionamento di acqua, terreni, sedimenti e muschi di diversi siti dove sono presenti dei laghi. In questo modo si determina la presenza di inquinanti organici Pops (persistent organic pollutants) e sostanze inorganiche, per valutare i loro andamenti temporanei e spaziali. La ricerca si concentra su quelle sostanze perché i Pops causano tumori, allergie e disordini della funzione riproduttiva. La buona notizia è che almeno in Antartide «siamo molto lontani da un vero inquinamento», spiega Brongo: quel continente si salva perché «è un ambiente estremo e per fortuna l’uomo non ci arriva; i Pops sono trasportati solo dai venti e dalle specie migratorie». La scoperta negativa, invece, è la crescita della CO2: «Un gruppo di scienziati che non partecipava al nostro progetto ha lavorato in parallelo, simulando sul terreno un aumento dell’acidità per predire i cambiamenti che avverranno nei prossimi anni. Siamo preoccupati» è il commento finale di Brongo. Passare tre mesi laggiù è un’esperienza particolare: dopo l’addestramento di due settimane sul Monte Bianco, il tecnico toscano ha affrontato un viaggio di 14 giorni per arrivare in base, tra navi rompighiaccio e infiniti cambi d’aereo. E i contatti con l’Italia erano affidati a una sola postazione pc: «Avevamo Skype e dieci minuti a testa per parlare con i nostri cari».
Brongo ha dovuto distaccarsi per tre mesi dalla moglie Adele («che ringrazio per il supporto, insieme al direttore di dipartimento, Roger Fuoco, per l’opportunità che mi ha dato») e due bimbe di 11 e 5 anni: «La piccola era arrabbiatissima per la mia partenza, mentre la grande è stata felice quando ho fatto un collegamento video con la sua scuola». In base si lavora sette giorni su sette, sperando che non ci sia vento: «Quando comincia, tocca anche gli 80 nodi, fa precipitare le temperature e può durare anche tre giorni». Siccome gli spostamenti avvengono in elicottero, che resta a terra col vento, «è obbligatorio scendere sempre con la borsa d’emergenza, che contiene viveri e una tenda per il pernottamento». Il ritorno è stato «meraviglioso», con un solo momento di imbarazzo: «Le bimbe volevano in regalo un pinguino vero».
Gianluca Campanella
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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