Sicurezza
Ingiurie sessuali contro il capitano: caporale a giudizio
PISA. «Ci sono voci che tu e tua moglie andate a prenderlo in c... a Migliarino». Questa frase, pronunciata da un caporal maggiore nei confronti del suo capitano, in primo grado è costata una...
PISA. «Ci sono voci che tu e tua moglie andate a prenderlo in c... a Migliarino».
Questa frase, pronunciata da un caporal maggiore nei confronti del suo capitano, in primo grado è costata una condanna a 6 mesi per insubordinazione con ingiuria a superiore aggravata. In appello, però, non è stata considerata un reato da punire a livello penale, ma al limite un illecito disciplinare.
Arrivata in Cassazione, la sentenza di assoluzione è stata cancellata e i giudici della Suprema Corte hanno disposto un nuovo processo davanti a un’altra Corte d’Appello militare.
È la storia di una lite tra un graduato e un ufficiale avvenuta a Pisa il 5 ottobre 2011 nella caserma Gamerra che ha avuto uno strascico giudiziario di cui ancora non si vede la fine.
Antonio Cecere, 33 anni, di Santa Maria Capua Vetere, all’epoca dei fatti caporal maggiore scelto in servizio al sesto reggimento di manovra è stato prima condannato e poi assolto, con un terzo processo pendente in appello, per essersi rivolto all’allora capitano con parole che nessuno, neanche tra i testimoni alla scena, ha mai contestato.
Quello che è stato interpretato in modo diverso è il senso di quella frase.
In primo grado i giudici hanno ritenuto evidente la volontà del caporal maggiore di ingiuriare il capitano, mentre per la corte d’appello quell’espressione sconveniente venne pronunciata per diffidare il superiore dal credere alle dicerie incontrollate sul conto del graduato.
Il capitano aveva convocato Cecere per chiedere «informazioni su comportamenti ed inclinazioni personali del sottoposto in ordine all'assunzione di alcolici, tali da influire sulla regolare prestazione del servizio» si legge nella sentenza della Cassazione che dispone un nuovo processo.
Il dialogo si era svolto in un clima ostile e di tensione con il caporal maggiore che aveva urlato al superiore «che non poteva dargli ordini e che lui se ne sarebbe andato da solo, frase pronunciata col gesto di puntargli contro il dito con finalità intimidatorie ed un tono da pari grado incurante invece del vincolo gerarchico, integrante gli estremi dell'insubordinazione» riporta il verdetto della Suprema Corte con cui cassa l’assolizione e rinvia per un altro processo di fronte alla Corte d’Appello militare.
Cecere era indispettito per essere stato convocato a rapporto dopo un lungo servizio e prima di poter andare a riposo.
Dopo avere preteso la presenza di un militare di pari grado, alle richieste del capitano sull'eventuale uso di alcolici, il caporal maggiore aveva replicato alle voci riportate dal capitano sulla sua presunta passione per l’alcol citando come esempio altre voci che circolavano tra la truppa a proposito dell’ufficiale e della consorte.
«Ci sono voci che tu e tua moglie andate a prenderlo in c... a Migliarino» fu la frase incriminata «preceduta dall'avvertimento a non dare peso alle voci correnti in caserma ed inserita in un ragionamento argomentativo, secondo il quale non era da dicerie non verificate che poteva affermarsi la sua dedizione all'uso di alcolici perché parimenti anche sul conto dello stesso capitano circolavano voci su comportamenti disdicevoli».
Uno scambio di battute dai toni accesi per rinfacciare e annullare i reciproci pettegolezzi che giravano in caserma.(p.b.)
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