Sicurezza
Il “Pensiero ebraico nel ’900” per non dimenticare la Shoah
PISA. Adriano Fabris, professore di filosofia morale all’Università di Pisa, ha appena completato la cura di un libro su “Il pensiero ebraico nel Novecento” (Carocci, Roma). Il testo, su cui il...
PISA. Adriano Fabris, professore di filosofia morale all’Università di Pisa, ha appena completato la cura di un libro su “Il pensiero ebraico nel Novecento” (Carocci, Roma). Il testo, su cui il docente ha lavorato tre anni, era pronto all’inizio di dicembre 2014, ma autore ed editore hanno scelto di posticipare l’uscita al 27 gennaio, come «omaggio voluto per il giorno della Memoria».
La presentazione si è svolta a Macerata, al festival Popsophia; ma presto ci sarà un tour per far conoscere questo studio in vari luoghi della Toscana. La nostra città ha numerose manifestazioni «di attenzione e sviluppo del pensiero ebraico», ricorda Fabris: la sinagoga, il festival Nessiah, il Cise – centro interdipartimentale di studi ebraici – e persino un lettorato di ebraico all’Università; il suo libro «si integra pienamente in queste attività». Il lavoro appena pubblicato mette insieme i contributi dei più importanti esperti sia ebrei che cristiani, sia italiani che internazionali, sul pensiero ebraico del secolo scorso: la prima parte si concentra sugli autori e sulle figure, la seconda sui problemi come la Shoah e la laicità dello Stato di Israele. Dalla lettura emergono subito due punti: la maggior parte dei filosofi del Novecento è di origine ebraica o esplicitamente ebrea; inoltre, se Hitler voleva cancellare ogni traccia di ebraismo, la sua azione è stata un colossale insuccesso. Infatti, molti dei pensatori citati (tra cui tantissimi francesi e tedeschi) si erano ormai assimilati nelle culture dei paesi europei in cui vivevano e non si ponevano il problema dell’ebraismo; secondo Fabris «è paradossale che Hitler abbia risvegliato l’ebraicità di chi era già assimilato».
Ancora, il testo di Fabris mostra quanto la tradizione ebraica e anche quella cristiana si pongano in maniera quasi alternativa alla tradizione dominante occidentale: se il pensiero greco e tutto ciò che ha generato si distinguono per l’astrattezza e il ragionamento, quello ebraico è molto più concreto; per esempio, si radica nel corpo e nella vita e si chiede come sia stato possibile pensare la Shoah, perché una violenza così organizzata è disumanizzante.
C’è spazio anche per lo studio dell’ironia: «La risata ti fa prendere le distanze, la filosofia ti fa guardare da altre angolature», spiega il docente; ma svolgono la stessa funzione di valvola di sfogo per affrontare le situazioni. Non è un caso che “I Cannibali” di George Tabori (storia di prigionieri nel lager che sopravvivono per aver mangiato le carni di un compagno morto; ma il padre dell’autore si rifiuta e muore) abbia la seguente dedica: «A mio padre, uomo di poco appetito».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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