Il Tirreno

Pisa

«Meno Firenze e più Toscana della costa»

di Giovanni Parlato
«Meno Firenze e più Toscana della costa»

L’onorevole critica il centralismo di Rossi e chiama all’unità i soci pubblici del Galilei

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PISA. Dopo essersi diviso sull’Italicum, il Pd si ricompatta sulla candidatura di Sergio Mattarella presidente della Repubblica.

Onorevole Paolo Fontanelli, è una scelta che condivide?

«Sul mio blog avevo già fatto il nome di Mattarella come capo dello Stato poiché risponde a quella figura di garante della Costituzione. Lo voterò con convinzione».

Ha mai conosciuto Mattarella?

«Sì, nel 1991 quando era ministro della Difesa. L’intesa sulle caserme porta la sua firma insieme a quella dell’allora primo ministro Giuliano Amato».

Non pensa che sia un rischio puntare tutto su Mattarella col rischio di bruciare la candidatura?

«Ci sono stati casi come Cossiga e Ciampi in cui la prima scelta non è stata bruciata. Devo dire che Renzi ha fatto una scelta lineare e condivisa nel Pd»

Ci saranno franchi tiratori?

«C’è un clima politico di responsabilità per la crisi che attraversiamo che spinge a dare quanto prima al Paese la sua più alta carica istituzionale».

Lasciando Roma e andando a Firenze, a maggio ci saranno le elezioni regionali. Modica ha il duro compito di raccogliere novemila firme per candidarsi alle primarie. Nel caso ci riuscisse, sosterrebbe Rossi o Modica?

«Mi sembra prematuro anche perché non è detto che ci siano due candidature e, quindi, neanche le primarie. Comunque, la candidatura di Rossi è forte perché come governatore ha una grande notorietà nella nostra regione».

Come giudica l'operato di Rossi in questi cinque anni?

«L'operato di Rossi presenta sicuramente aspetti positivi e aspetti negativi. Non è un mistero che su alcune scelte, ad esempio sugli aeroporti, ho espresso una posizione diversa rispetto alle scelte fatte dalla Regione. Sicuramente questi cinque anni di governo regionale sono stati anni complessi perché sono gli anni della crisi, molto dura e difficile che ha colpito in generale la Toscana e alcune zone in maniera più pesante. Penso che la Regione si sia mossa positivamente per cercare di salvaguardare soprattutto il lavoro. C'è stato un impegno indiscutibile su questo versante. Credo che anche il governo del territorio, anche se con discussioni difficili, abbia fatto scelte nel complesso positive verso queste problematiche».

Ed elementi di critica?

«Penso che in qualche modo si sia abbassato la guardia, non so se per scelta o per necessità a causa della crisi, rispetto a un processo di valorizzazione delle realtà territoriali, di decentramento della gestione dei problemi. Ha preso corpo un processo di centralismo regionale, chiamiamolo così, che in qualche modo segna una differenza dalla politica della “Toscana delle Toscane”, come veniva chiamata anni fa con uno slogan, che riconosceva la Toscana come una regione unica ma fatta di varie entità territoriali molto varie da valorizzare. Ora sembra che ci sia una logica più centralizzatrice. Penso che di questo dovremmo discutere».

Quindi in futuro Rossi dovrebbe rivedere questo suo centralismo regionale.

«Sì, nel localismo ci sono anche lati positivi, non solo aspetti negativi che sono tali quando diventano campanilismo stretto. Sono positivi quando il localismo è espressione di valorizzazione del territorio, di culture, di domande che sono connesse a una realtà che porta con sè un valore civico e sociale. Una politica che dà troppo spazio alla crescita della centralizzazione credo che indebolisca questi fattori»..

Quali saranno le sfide più importanti per la prossima legislatura?

«Dobbiamo ancora fronteggiare la crisi. Vedo il rischio di uno sbilanciamento sull'attenzione dei territori, verso le diverse aree della Toscana perché da un lato abbiamo una situazione di forte incertezza sul superamento delle Province, mentre dall'altro lato abbiamo la novità delle città metropolitane come Firenze. Questo elemento può sbilanciare gli equilibri in Toscana, aggravati per altro dalla crisi».

Qual è la sua preoccupazione principale?

«È indirizzata in particolare verso l'area della costa. Noi abbiamo il problema di lanciare un progetto per la costa, perché solo integrando infrastrutture e servizi al fine di valorizzare l'area della costa, si può dare una risposta alla crisi. C'è il problema autostradale, stradale e ferroviario che riguarda il tratto della costa, il collegamento nord-sud. E c'è la questione del porto, dei grandi servizi, delle strutture dell'area, ma anche il problema legato al turismo, in una visione di area che sia integrata. Su questo piano non si sono fatti grandi passi avanti. Mentre se mettiamo insieme l'offerta culturale che realtà come Pisa, Lucca e Livorno possono mettere insieme, siamo di fronte ad un vasto livello di utilizzazione delle potenzialità. Anzi, tutt’ora, l'offerta turistica della Toscana ruota principalmente attorno a Firenze che è una grande attrazione, ma alla fine si rischia un congestionamento da un lato e una bassa utilizzazione dall'altra. Tutto questo, rispetto al disegno del sistema aeroportuale, andava valutato perché il messaggio, dal punto di vista turistico, è una maggiore concentrazione su Firenze».

Sul tema aeroporti, il 10 febbraio ci sarà l'assemblea dei soci per la fusione tra Sat e Adf dove il voto dei soci pubblici Sat sarà decisivo. Secondo lei sulla fusione aeroportuale è mancata una discussione più approfondita che potesse guardare più in là, non solo all'oggi ma anche al domani?

«I soci pubblici pisani hanno ancora la possibilità di esercitare un condizionamento. Dopo la fusione delle due società la possibilità di avere un ruolo diminuiranno notevolmente. Oggi, per votare atti come la fusione bisogna avere un consenso superiore ai due terzi nella società, non si può fare la fusione se i soci pisani tutti insieme dicessero di no. Il progetto di fusione dal punto di vista aziendale ha un senso, una razionalità, ma qui siamo un po' oltre questo ragionamento. I soci pubblici pisani che sono lì e che sono portatori di tutela, di risorse investite da quella società, devono in qualche modo tutelare queste risorse, il valore di queste azioni e devono assumere una posizione che cercherà di pesare. Per dare il consenso alla fusione bisogna che ci sia un accordo, se i soci agiscono tutti insieme questo è possibile, se si dividono invece no perché nessuno ha il potere di condizionare».

Insomma, il passo verso la fusione voluta dal magnate argentino Eduardo Eurnekian , socio di maggioranza, non ammette ripensamenti?

«Va valutata con grande attenzione perché dopo non sarà più come prima. Se i soci stanno tutti insieme possono contrattare con la proprietà al fine di un accordo che consenta di salvaguardare gli interessi del Galilei e del territorio pisano perché con la fusione, paradossalmente, le risorse o una parte degli utili fatti a Pisa possono finire a Firenze. Con la fusione, gli uffici che sono a Pisa possono andare a Firenze. La società afferma che la sede centrale resterà a Pisa, ma ci rimarranno anche tutti gli uffici? Gli uffici vogliono dire anche occupazione».

Ci sarà da parte dei soci pubblici la volontà di agire uniti?

«O c'è da parte dei soci pisani la volontà di agire d'intesa e quindi di andare a contrattare le condizioni di una possibile fusione che mostri dei vantaggi, altrimenti c'è un'altra strada».

Quale?

«Si può decidere di vendere le partecipazioni alla quotazione tot e i soldi investirli sul territorio pisano. Oppure la terza alternativa caldeggiata anche dai piccoli azionisti: quella di mantenere le due società distinte e fare la holding il quale era il progetto a cui si stava lavorando. Mi auguro che i soci pisani agiscano d'intesa e cerchino di contrattare in modo vantaggioso per tutelare Pisa».

C'è sempre il tema della pista di Peretola che sarà allungata a due chilometri e quattrocento metri.

«Le preoccupazioni per Pisa sono riferite alla nuova pista di Firenze. È un tema che con la fusione c'entra fino ad un certo punto. Se nascerà una società unica, sarà la società che si impegna e la realizza, se restano due società non è detto che Firenze non porti avanti quel progetto. L'augurio nostro sarebbe quello di creare una pista che non sia corrispondente a quella di Pisa perché sarà poi il mercato a dire dove i turisti andranno, la concorrenza in quel caso nasce o nascerebbe da strutture equivalenti. Le compagnie se hanno strutture equivalenti possono spingere in un senso o in un altro, sono le compagnie che fanno il mercato e non le società di gestione perché quest'ultime, per ragioni legate ai ricavi, tendono ad assecondare il mercato e non a farlo».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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