Sicurezza
Leonardo e Anna, così muoiono gli invisibili
Prima che entrambi vi fossero trovati privi di vita grazie a un allarme scattato oltre il tempo massimo, quella casa era il rifugio dove si erano rintanati per sottrarsi al resto del mondo
PISA. Almeno un pensiero, quello sì, è sopravvissuto. Giace materializzato sulle mensole di una scaffalatura metallica, più adatta al retro di un negozio che a una casa: libri, accatastati l'uno sopra all'altro con buona precisione. Si presume che siano stati ordinati secondo una logica rispondente all'unico criterio geometrico - eccezion fatta per la scheletrita libreria - che regna in quella casa di via Fiorentina 65, zona est di Pisa. Per il resto Leonardo Pagni e Anna Sartini, coniugi di 86 e 79 anni, vi abitavano senza badare troppo ai dettagli, volendo con ciò usare un eufemismo doveroso per il rispetto dovuto alla morte. Prima che entrambi vi fossero trovati privi di vita grazie a un allarme scattato oltre il tempo massimo, quello era il rifugio dove si erano rintanati per sottrarsi al resto del mondo, quasi si alimentassero solo dell'inerzia corrosiva che ti prende quando sai di avere davanti il passato e nulla più.
Non erano barboni né immigrati, non si sono rovinati con il gioco né con la droga. Leonardo e Anna erano però più invisibili degli invisibili che si annidano nel tessuto connettivo di ogni città e per i quali si spendono fiumi di parole infarcite di vacuità pseudo-scientifiche. Facevano parte di quella categoria di persone che soffrono senza pietire, che arrancano senza questuare, che si sbattono senza ingrossare le schiere degli urlanti ormai diseredati dalla vita.
Può bastare, per giustificare la morte solitaria nel degrado totale in cui era piombata la loro casa, la spirale dei dissidi familiari di cui essi, forse, neppure rappresentavano una parte marginale? No, non basta. Non è sufficiente per spiegare che nessuno si sia sentito in dovere di attivare i servizi sociali; che la Pisa dell’innovazione, dei saperi e delle eccellenze soffra di retroscena più inconfessabili che impensabili; che due persone muoiano dimenticate solo perché divenute immateriali anzitempo nell’epoca materialista per eccellenza.
A cento metri in linea d’aria da quella stamberga di via Fiorentina, sulla sponda destra dell’Arno, c’è la Pisa della buona borghesia, il quartiere delle Piagge. Lungo viale Buozzi la gente va a correre, vi porta i cani a sgambare, va a passeggiare. Evita però il lato sinistro, immerso in una periferia anonima e da ripensare, strangolata dalle auto e asfissiata dai gas di scarico, dove chi vi abita ha paura del buio che ogni notte sale dagli argini, scoprendosi a guardare impassibile le luci che provengono dall’altra parte, dalla città degli abbienti. In questa periferia dimenticata Leonardo Pagni e Anna Sartini vivevano più dimenticati degli altri, chiusi in un tugurio fatto di oggetti accumulati alla rinfusa, sedie di plastica, fili trasformati in appendi-abiti, alimentazione elettrica ridotta al minimo, riscaldamento inesistente, pareti sporche e annerite. I libri accatastati con precisione, però, testimoniano che in quel buio pietrificato dimoravano pure tanti pensieri.
Dove finiscono i pensieri quando chi li pensa smette di esistere? Piace immaginare che si concentrino in un luogo dove non appartengono a nessuno pur essendo di tutti. Chi può cerchi almeno di annusarli, affinché le morti di Anna e Leonardo non siano dimenticate al pari delle loro vite.
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