Sicurezza
Addio sull’attenti al parà «Era un esempio per tutti»
In ottocento alla Vannucci per i funerali dell'incursore morto a Marina di Pisa Il cappellano della Folgore ai figli: «A voi ha lasciato un testamento spirituale»
LIVORNO. Baschi amaranto e tute mimetiche lungo le quali scivolano lacrime, commozione, pioggia e silenzio.
Dentro alla caserma Vannucci erano in 800, tutti sull'attenti, chi fisicamente, chi solo con il pensiero e il ricordo, per l’ultimo saluto ad Alessandro Solimine, l'incursore del nono reggimento “Col Moschin” originario di Torino, marito e padre di due figli, morto tragicamente lunedì pomeriggio in un incidente stradale sul viale D'Annunzio, a Pisa, mentre era a bordo della sua Fiat Panda.
Spiega durante l’omelia don Marco Menin, cappellano della Folgore, rivolgendosi ai figli del paracadutista, seduti in prima fila abbracciati a mamma Daniela.
«Fate il vostro dovere costi quel che costi. Esiste per ciascuno un compito che va svolto: tenete caro questo progetto. Il progetto di vostro padre è affidato a voi. Quelli che avevano la tempra di Alessandro si comportano abbracciando un compito per farne una missione. Accanto a questo comandamento c'è un secondo ammonimento: non siamo super uomini ma uomini. Alla vanità - diceva - bisogna aderire alla vita reale. Lui amava la campagna, ed è una metafora di chi tiene i piedi per terra. L'ultimo testamento spirituale racchiude una dose di saggezza. Si tratta di non prendersela. E come? Affrontando le disavventure con il sorriso, fermare la sofferenza e reagire per continuare a vivere. E ancora: porre un limite oltre il dolore, affinché il male non invada quel confine. Ecco perché è necessario che il bene sia la luce che piano piano darà un senso a questo dolore».
Impossibile contenere gli amici e i commilitoni all'interno della cappella della caserma, ecco perché per l'ultimo saluto, i vertici della Folgore hanno allestito la camera ardente nella sala cinema dove il parà è stato portato a spalla, avvolto dalla bandiera tricolore dai colleghi abbracciato dai colleghi, in una lunga marcia funebre immersa nel silenzio e nelle nuvole.
«Alessandro - va avanti il parroco citando il vangelo di Matteo - l'ho conosciuto in questi giorni, ma solo indirettamente, attraverso il racconto dei commilitoni e dei suoi familiari. Inutile negarlo: l'uomo non è fatto per la morte ma per la vita. Siamo creati per qualcosa che va oltre e lui questo lo sapeva. La maggior vittoria è quella che si riporta giorno dopo giorno vincendo con le nostre debolezza. E lui ha sfidato ogni giorno la vita per un mondo migliore. Non è facile - prosegue - credere nella meta, ma alzando il capo nella fede incontreremo Alessandro. Il suo volto illumina e si fa parola. Dandoci la forza per guardare il domani».
Aggiunge il maggiore Giovanni Mariani, responsabile del servizio: «In un momento tanto triste siamo riusciti ricordare il nostro collega ed amico toccando le corde della sensibilità dei familiari e dei commilitoni».
E questo è stato possibile solo aprendo le porte della Caserma nel giorno del dolore. Ed eccoli allora, sfilare davanti all’ingresso, prima della cerimonia, i vecchi colleghi ora in pensione, le moglie dei paracadutisti che cercano di sorreggere le lacrime di una famiglia che piange. Alessandro se n’è andato in tempo di pace dopo essere passato in mezzo alla guerra. Lui soldato tradito da una strada maledetta. Qui dove si vive in battaglia la commozione, oggi, fa anche più rabbia.
«Ci sono - spiega il parroco come se leggesse lo smarrimento di chi è davanti a lui - parole giuste e parole sbagliate. Parole che cercano una spiegazione, anche se il perché resta senza risposta».
Al termine della cerimonia la salma dell'incursore del Col Moschin è stata trasferita al cimitero dei Lupi per la cremazione.
@fedelazzotti
©RIPRODUZIONE RISERVATA
GUARDA IL VIDEO
E LASCIA UN RICORDO
WWW.ILTIRRENO.IT
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
