Sicurezza
Banda dei furti seriali sotto processo
Quindici a giudizio. Intercettati al telefono: «Oggi non abbiamo avuto fortuna, lo “strumento” non apriva la porta»
PISA. Giudizio immediato per la banda dei furti seriali tra Livorno e Pisa. Sono quindici gli imputati, quattordici uomini e una donna, georgiani e due bulgari, accusati di furto aggravato in concorso e, per alcuni episodi, anche di ricettazione.
Nel luglio scorso i carabinieri di Pisa del nucleo operativo e radiomobile ne arrestarono dieci nel corso dell’operazoone “Gold & Silver” in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dalla Procura livornese, territorio dove si era consumato il reato più grave, quello della ricettazione.
Non riconosciuta l’accusa di associazione a delinquere, il sostituto procuratore Gianfranco Petralia ha disposto il giudizio immediato saltando l’udienza dal gup considerata l’evidenza delle prove. Prima dell’estate i diciassette imputati compariranno in Tribunale.
Il furto come lavoro. Nel corso delle indagini gli investigatori, tra pedinamenti e intercettazioni, hanno messo insieme un affresco in cui il furto in casa o nei negozi era l’unica attività degli imputati, capaci di alimentare un flagello senza fine.
Un “romanzo criminale” nel quale i protagonisti, in ruoli diversi, uscivano la mattina con l’obiettivo di rubare nelle abitazioni degli altri. Diverse compagne o connazionali degli imputati lavorano come badanti in provincia, tra Pisa e Pontedera, e in alcuni casi sono state usate per vendere l’oro trafugato, ma anche, computer, tablet, macchine fotografiche e pellicce per poi inviare i soldi nel Paese di origine. Tra i rinviati a giudizio diversi sono domiciliati anche a Scandicci e a Orentano.
Dove hanno colpito. Sono una quindicina i colpi addebitati, per difetto, alla gang, da aprile 2013 a gennaio 2014: almeno quelli di cui i carabinieri sostengono di avere prove schiaccianti, tra Pisa e Livorno. Nella città labronica le visite sono avvenute in via de Larderel, via Marchi, via Lilla, via del Vigna, via della Meridiana, via Terreni, via Costella, via Tommasi. Su Pisa ci sono gli episodi della ricettazione e due furti in via dell’Aeroporto e da Valenti in Borgo Stretto con un bottino di scarpe di lusso per oltre 25.000 euro.
Le intercettazioni rendono l’idea dell’interpretazione del furto come di un lavoro “normale”.
«Speriamo in giorno fortunato». Gospodinov telefona alla moglie di mattina. «Io sono già arrivato e spero che oggi sia un giorno fortunato. Magari se trovo qualcosa... Se interrompo la chiamata significa che non ho tempo per parlare e non mi devi disturbare. Capisci? Siamo entrati a Livorno e fra 2 minuti scenderò». Altra telefonata tra compari: «Stiamo girando, stiamo dando un’occhiata, c’è qualcosa di interessante». Per i carabinieri erano a caccia di case da svaligiare.
Pensiero e azione. Si muovevano in gruppetti di tre-quattro persone e, dopo aver fatto un sopralluogo, entravano in azione. Scaltri, nonostante la giovane età, praticavano tecniche di contro pedinamento sia quando si spostavano in treno sia in strada. Il “palo” fisso all’esterno era la regola mentre i complici svuotavano gli appartamenti.
Porte aperte, ma non rotte. La particolarità emersa dalle numerose denunce ricevute dai militari era quella ricorrente delle porte aperte, ma non forzate. Le indagini hanno svelato il motivo. I ladri lo chiamavano lo “strumento”. Una chiave artigianale che consentiva di aprire, con grande perizia, praticamente qualsiasi tipo di serratura.
Parlando tra di loro commentano una giornata “storta” sul fronte dei furti. «Shota dice che oggi non hanno avuto fortuna perché lo strumento che avevano non era funzionante – riporta un’intercettazione –. Hanno provato tante volte, forse se provavano per altri 15 minuti riuscivano ad aprire. Poi è arrivato il proprietario e hanno smesso, altrimenti poteva finire alla grande. Shota chiede a Dato se gli presta il suo strumento per un giorno o due fino a che non sistemano quello loro oppure sarebbe potuto andare anche con loro. Shota chiede se per domani gli può dare lo strumento e Sato dice che ne ha bisogno anche lui».
Le serrature venivano aperte con la tecnica del “lockpicking” e del “key bumping”.
Oro e famiglia. Il metallo prezioso rubato nelle case veniva rivenduto ai “Compro oro”, diversi quelli di Pisa dai quali è partita l’indagine. Qualcuno ha fatto il furbetto e non ha registrato gli acquisti privando di tracce fondamentali la filiera che dalle abitazioni private portava l’oro fino alla fusione passando prima dalle mani dei ladri e poi in quelle di commercianti senza scrupoli.
In una conversazione tra marito (Shota) e moglie (Madona), entrambi imputati, l’argomento principale resta il sistema per monetizzare l’oro, anche se poi la telefonata si chiude con un pensiero alla famiglia. «Madona: avete venduto tutto o l’oro hanno tenuto per sé? Shota: sì, Sancho si è tenuto per sé 30-40 grammi. Te cosa fai, hai portato la spesa a casa? Non lo so cosa devo dare a Tato. Ho solo 125 euro. Madona: loro non ti hanno dato niente di soldi? Shota: no, Dato ha tenuto per sé l’oro, l’abbiamo diviso e a testa abbiamo preso 100 euro. Ha tenuto 5 grammi d’oro per sé e ci ha dato altri 20 euro. In tutto ho 120 euro. Cosa devo fare per Tato e Irina non lo so. Te cosa fai? La bimba ha mangiato?»
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