Il Tirreno

Pisa

Stangato Genazzani condannato a pagare un maxi-risarcimento

di Pietro Barghigiani
Stangato Genazzani condannato a pagare un maxi-risarcimento

La Corte dei conti: deve versare 395.000 euro all’Aoup Contestato il danno erariale: «Si teneva i soldi delle visite»

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PISA. Chiedeva l’annullamento della sentenza di primo grado o, in alternativa, uno sconto. Non solo i giudici dell’appello hanno confermato il verdetto dei colleghi di Firenze, ma hanno anche aumentato l’importo che dovrà essere risarcito all’azienda ospedaliera: il professor Andrea Genazzani, 73 anni, di Calci, è stato condannato dalla Corte dei conti a versare all’Aoup 395.000 euro, di cui 245.000 per la sentenza di primo grado e 150.000 aggiunti dalla Corte di appello che ha considerato il danno erariale anche per il peculato che in primo grado non era stato quantificato.

Il dispositivo è stato depositato nei giorni scorsi e arriva un anno dopo la condanna 5 anni a livello penale per truffa e peculato. All'epoca dei fatti il docente era direttore del Dipartimento Medicina procreazione ed età evolutiva dell'Università. Aveva optato per lo svolgimento di attività professionale di ginecologo intramuraria cosiddetta allargata. Ed era stato autorizzato a praticarla nella clinica di San Rossore e nelle strutture mediche convenzionate di Modena, la Exacta Srl; Roma, alla Quisisana Eurosanità Spa; Siena fino al luglio 2007.

La truffa. Per la truffa le contestazioni erano diverse nel corso degli anni. L’accusa di aver «omesso di segnalare le sedi dell'attività medico privata effettivamente svolta e per quanto riguarda le visite effettuate a Cagliari, nel far risultare dai cartellini giustificativi segnatempo in uso presso l'azienda ospedaliera Universitaria Pisana la sua presenza in servizio o in congressi o convegni, con automatico riconoscimento di orario lavorativo pari a sei ore e venti minuti. Dal 2006, una o due volte al mese visitava pazienti privatamente, in assenza di autorizzazione, presso il Centro di Cura San Michele srl con sede a Cagliari, via dei Passeri; dal gennaio 2009, in assenza di autorizzazione, una o due volte al mese visitava privatamente presso lo studio medico del Prof. Giorgio Molinelli di Siena, incassando i relativi proventi, in violazione dell'articolo 8 del regolamento emanato dall'Azienda ospedaliero-universitaria per la disciplina dell'attività libero-professionale intramuraria; in una serie di giorni, pur avendo riportato sul cartellino presenze il giustificativo "congresso", trascorreva le mattine dei venerdì in Roma a svolgere attività intramoenia recandosi nel pomeriggio in Cagliari per svolgere attività professionale privata o comunque non si trovava impegnato in attività di congressi o convegni».

Secondo la Corte dei conti, e il Tribunale di Pisa, inoltre, dall’ottobre 2005 all’ottobre 2011 Genazzani avrebbe incassato «oltre ai proventi dell'attività privata svolta, mensilmente la somma di 1.539,44 euro a titolo di indennità di esclusività e il riconoscimento economico, pari a 1.305,42 euro al mese, percepito in forza della carica ricoperta quale dirigente medico con incarichi di capostruttura, incarico spettante per legge esclusivamente ai medici svolgenti attività intramoenia».

Il peculato. In questo caso l’appello dei giudici contabile ha quantificato in almeno 150.000 euro il danno da rifondere all’azienda ospedaliera che in primo grado non era stato conteggiato. Il ginecologo, lavorando in strutture convenzionate, «si faceva corrispondere personalmente in contanti o con assegni i proventi delle visite svolte, pari a 200, 250 o 350 euro anziché indirizzare i pazienti presso le receptions addette ai pagamenti, e ometteva di rilasciare ricevuta e di versare la percentuale spettante all'Azienda ospedaliera Pisana sull'onorario di 250 stabilito per singola visita (30% dell'onorario per le visite di San Rossore e 18% per le visite in Roma).

«Fatture non credibili». Scrivono i giudici: «Numerosi pazienti hanno dichiarato a verbale di essere stati visitati dal professor Genazzani e di averlo pagato in contanti e direttamente, senza aver ricevuto alcuna fattura». Risultano 4.867 prenotazioni alla casa di cura San Rossore e 1.103 alla Quisisana, mentre le fatture emesse, sono rispettivamente 1.997 e 284. Come si spiega la differenza?

Per la Corte dei conti «non è seriamente credibile, in altri termini, che a fronte di quasi 5.000 prenotazioni a San Rossore, ben 3.000 siano state disattese; oppure che a Roma, su oltre mille prenotazioni per la prestazione di un professionista che sarebbe venuto appositamente da Pisa (circa tre ore di viaggio), sia stato effettuato solo un quarto (!) delle visite. Allo stesso modo, non è attendibile che il numero di visite gratuite e meri controlli possa raggiungere, sommato a quello delle visite retribuite, una cifra vicina a quella delle prenotazioni». E il danno da peculato da risarcire all’azienda ospedaliera è di 150.000 euro, da aggiungere ai 245.000 per la truffa.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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