Il Tirreno

Pisa

In un anno 226 richieste di aiuto

In un anno 226 richieste di aiuto

Percorsi psicologici e legali messi a disposizione dal Centro antiviolenza

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PISA. Quattro donne alla settimana si sono rivolte al “Telefono Donna del Centro antiviolenza della Casa della Donna”.

È l’ultimo dato disponibile diffuso dall’associazione prendendo in esame il periodo novembre 2013 - ottobre 2014 durante il quale sono state ascoltate le storie di 226 donne alle prese con uomini violenti.

Ammontano a 56 i casi di forte disagio presi in carico dall'associazione che, partendo dall'accoglienza sia telefonica che diretta, favorisce poi percorsi di psicoterapia e legali. In aumento il numero di donne straniere che si rivolgono al centro, il 30% del totale, e cresce anche la percentuale di quelle disoccupate: ancora il 30%. Venti sono le donne che hanno iniziato il cosiddetto "percorso lungo". Soltanto il 16% di chi si è rivolto al Centro ha un lavoro a tempo indeterminato e il 41% ha figli minorenni. Il dato generale confrontato con quello del 2013 che registrava 268 richieste di aiuto subisce una diminuzione. Il motivo? Secondo l’associazione se messa in una situazione di grave disagio e sotto i colpi di una situazione di vita all'insegna della umiliazione e della violenza una donna sceglie di non denunciare e di non chiedere aiuto. Alla base di questa interpretazione un dato inequivocabile: il 51% delle donne uccise nel 2013 aveva chiesto aiuto, aveva denunciato i maltrattamenti alle autorità competenti. Che significa? In breve: sfiducia nelle istituzioni, paura e rassegnazione. Ebbene, la conclusione della Casa della Donna sui numeri a sua disposizione è identica quella del dossier Eures sui dati nazionali: la risposta istituzionale è inadeguata anche quando le donne denunciano le violenze. «La donna che denuncia non è più sicura, ma va incontro a un'altra serie di umiliazioni fino a processi dove viene spesso trattata da imputata», è il pensiero di Cristina Agonigi che coordina i legali per l'associazione. A Pisa la Rete attiva (case di accoglienza, servizi sociali, organi di polizia, Provincia e Comune) investe 180mila euro per fronteggiare questo allarme sociale.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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