Attenzione
Un modello Roma per il maxi-comune dell’area pisana
Il progetto: un centro e poi municipi per le identità territoriali Il sindaco Filippeschi: «Serve una spinta decisa per la fusione»
PISA. Roma capitale con i suoi municipi. Ecco il modello che ispira l’azione politica verso il maxi-comune dell’area pisana da 200.000 abitanti: quelli di Pisa sommati a San Giuliano, Calci, Vecchiano, Cascina e Vicopisano. Una nuova realtà per dare maggiore peso a Pisa mentre Firenze, già lanciatissima dal premier Renzi, si rafforza con la città metropolitana spostando il baricentro regionale ancor più verso il centro rispetto alla costa. «Serve una nuova e decisa spinta per la fusione tra comuni», ha detto il sindaco Marco Filippeschi che, per rilanciare il progetto del maxi-comune, ha scelto lo scenario della direzione regionale del Pd, dove era presidente del gruppo di lavoro sulle riforme istituzionali regionali.
Filippeschi inquadra il ragionamento in un nuovo disegno complessivo amministrativo-territoriale che coinvolge anche regione e province. Non fa il nome di Pisa e di quelli limitrofi, ma l’idea di come dovrebbe essere il maxi-comune è già abbastanza definita. «Un comune che, nella sua unicità, garantisce, per esempio, le scelte di bilancio e dell’organizzazione, la programmazione territoriale, lo sviluppo economico e le reti di servizi» (e questo sarebbe Pisa). Poi «i municipi, che costituiscono il comune, che garantiscono l’identità territoriale storica e la partecipazione democratica di base, con assemblee elettive e che partecipano alla definizione delle scelte strategiche, gestiscono con strumenti di decentramento amministrativo rilevanti politiche territoriali».
Il progetto è pronto, però i comuni dell’area pisana non la pensano allo stesso modo, volendo mantenere la loro identità, pur essendo d’accordo nel mettere insieme certe politiche e funzioni. Ma Filippeschi sottolinea come «le ricerche dell’Irpet sulle dimensioni ottimali dei governi locali danno una chiara indicazione a favore della fusione, e non solo di fusione tra i comuni di minore dimensione demografica, quantificando in 400 milioni l’anno a regime l’effetto di risparmio e dunque di migliore utilizzo delle risorse che si potrebbe dare alla Toscana con un’ipotesi di riordino territoriale centrata sulle fusioni di comuni». E le alternative già in campo, tipo le unioni dei comuni? Per il sindaco «si deve fare un attento monitoraggio delle esperienze in corso per verificare che in ogni caso i vantaggi registrati siano reali e dimostrabili in termini di minori costi, di effettiva semplificazione, di economie di scala, di qualità delle prestazioni». Sembrerebbe proprio una bocciatura o quasi.
Il confronto con Firenze, sotto questo profilo, è difficile. Anche perché, come sottolinea Filippeschi, quella delle città metropolitane (di fatto il comune più la vecchia provincia) «è la riforma che ha avuto un compimento organico, a differenza di ciò che è avvenuto per il superamento delle province e per il nuovo ordinamento delle aree vaste». Il nuovo ente è «dotato di competenze rilevanti, può aiutare il rilancio della più grande e ricca area urbana della Toscana, in relazione con la Regione e coordinando la propria azione con le aree territoriali confinanti». E Pisa deve cercare di non rimanere troppo indietro.
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