Il Tirreno

Pisa

la tradizione nagata / il caso

Il commento - L'inclusione è falsa se poi esclude

Antonio Scuglia

La politica di inclusione ha un confine naturale, e questo limite è rappresentato dalla non-esclusione degli altri

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C’erano dei genitori contrari alla festa senza simboli del Natale? Se tutta la classe era d’accordo e a conoscenza del progetto, un semplice ragionamento di civiltà basta per concludere che l’idea di una festa prenatalizia del tutto laica è legittima.

Se invece qualcuno dei genitori dei bimbi della scuola non era al corrente, o non era d’accordo sulla scelta di evitare ogni riferimento religioso, il discorso cambia radicalmente.

Una corretta politica di inclusione dei bambini che vengono da altre nazioni e quindi sono soggetti più deboli dei residenti è necessaria per realizzare qualcosa di magnifico: far sentire questi bimbi a casa loro, farli crescere felici e integrati in una realtà che terrà conto dei loro desideri così come dei desideri di coloro che sono nati qui. Ma la politica di inclusione ha un confine naturale, e questo limite è rappresentato dalla non-esclusione degli altri.

[[atex:gelocal:il-tirreno:regione:1.10555943:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.iltirreno.it/toscana/2014/12/24/news/l-asilo-senza-natale-albero-e-presepe-banditi-dalla-festa-1.10555943]] Fra i diecimila consigli e nozioni perfettamente inutili ricevuti e appresi nei miei lunghi anni di studio ce n’è forse uno solo che condivido a fondo, imparato nelle aule di giurisprudenza: se vuoi valutare correttamente un fatto non basarti sulle tue convinzioni precedenti ma fatti una domanda: «Cui prodest?». Ovvero: a chi giova? E se vuoi capirne ancora di più chiediti: Cosa comporterà? Cosa ne seguirà?

Il punto focale, anche al di là della reazione dei genitori che hanno abbandonato la festa sentendosi discriminati perché non c’erano simboli cristiani, è rappresentato dalle possibili ripercussioni. Ovvero dalla recrudescenza di pensieri, se non commenti espliciti, inutilmente razzisti e intolleranti di chi la prenderà come una provocazione.

In cambio di cosa, poi? Cosa hanno guadagnato, con questa scelta, i bambini appartenenti a famiglie di religione non cristiana? Hanno evitato un trauma, una sopraffazione? Non lo crediamo. Sono illuminanti le parole di Mohamad Khalil, l’Imam di Pisa.

«I miei figli - dice al Tirreno - sono cresciuti qui e non hanno mai avuto problemi a festeggiare con i compagni di scuola». I bambini di una scuola toscana non sono bambini cattolici, protestanti, ortodossi, sciiti, sunniti, buddhisti o altro. Sono bambini. Anzi, se vogliamo che crescano felici, dobbiamo dire che sono bambini toscani, che vivono in mezzo ad altri bambini e in mezzo ai grandi, in una società che ha dei simboli e delle tradizioni. Una società alla quale potranno contribuire portando con sé le tradizioni e i simboli portati dai loro genitori e dai Paesi d’origine, che meritano pieno rispetto e piena tutela.

Proprio per questo è tanto più necessario togliere a chi questo diritto non vuole riconoscerlo le armi dialettiche per considerarli “diversi” o addirittura “invasori”.

Stiamo vivendo in un momento storico particolare, in cui di fronte alla recrudescenza di movimenti che usano le religioni per separare, ci sono capi religiosi che vogliono unire nella pace. E che è interesse di tutti aiutare.

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