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Pisa

Condannate anche per violenza sessuale

Condannate anche per violenza sessuale

Il precedente a Coltano: nel processo “Sposa bambina” tre donne colpevoli di concorso negli abusi

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PISA. Non solo il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Per tre donne, dei cinque condannati, la Corte d’Assise d’Appello ha riconosciuto anche il concorso in violenza sessuale tre donne kosovare. La storia è quella della sposa bambina ambientata nel campo Rom di Coltano.

Quattro anni fa le tre donne spinsero una ragazzina di 15 anni spaventata e recalcitrante, appena giunta a Pisa dopo essere stata fatta entrare clandestinamente in Italia, a sottomettersi ai rapporti sessuali con il suo giovanissimo promesso sposo che aveva visto solo in foto, per poi mostrare alla folla dei vicini in attesa il lenzuolo macchiato di sangue. Le tre donne, condannate a pene comprese fra 8 e 6 anni e mezzo, sono la madre, la nonna e la zia del ragazzo. La sposa bambina ha raccontato che non se la sentiva, che non credeva di dover finire nel letto del fidanzato appena arrivata al campo. Il pm Angela Pietroiusti aveva contestato ai familiari del ragazzo (giudicato separatamente dal tribunale dei minori) anche le accuse di tratta e di riduzione in schiavitù. La Corte di Assise di Pisa cancellò quasi tutto, escludendo non solo la tratta e la schiavitù ma anche la violenza sessuale e condannando gli imputati solo per immigrazione clandestina. Anche la Corte di Assise di Appello ha assolto per la schiavitù ma, oltre a confermare le condanne per immigrazione clandestina, ha ritenuto colpevoli le tre donne anche di concorso in violenza sessuale.

Il dramma della ragazzina si snoda fra il Kosovo, dove è nata in una famiglia poverissima e dove è tornata al termine dell'inchiesta, e il campo di Coltano, a Pisa, dove ha vissuto mesi per lei sconvolgenti, fra il maggio e l'ottobre 2010. Secondo le accuse, il nonno dello sposo la comprò, promettendo 20 mila euro ai suoi infelici genitori e versando loro un anticipo di 1.000 euro. Lei non si oppose. Le promisero una vita agiata in Italia. Credeva di andare a vivere in una casa, invece finì al campo nomadi di Coltano, in seno a una famiglia certamente agiata (il 26 ottobre 2010 gli inquirenti trovarono oltre 4 chili d'oro nel congelatore del frigo dei suoceri) ma che la trattava come una serva. Furono i suoi genitori, sentendola disperata, ad avvisare, tramite un conoscente che parlava un italiano stentato, questura e carabinieri di Pisa.

Durante un servizio nel campo una poliziotta la vide, pallida, magra e sciupata, fare le pulizie, inchinarsi al suocero e baciargli la mano. Quando la portarono via, affidandola a una struttura protetta, era in condizioni pietose, piangeva giorno e notte, non mangiava, non dormiva, chiedeva solo di tornare dalla sua famiglia.

Qualche settimana più tardi i suoceri e altri membri del clan dello sposo furono arrestati e il nonno patriarca (ora defunto) scatenò familiari e conoscenti in Kosovo per convincere con le buone o con le cattive i genitori della sposa bambina a indurla a ritrattare le accuse. I poveretti non riuscirono a persuadere la figlia, che al telefono gridava disperata «io so quello che loro hanno fatto a me, da quando mi avete dato via ho compiuto 30 anni, sono diventata vecchia», e si ridussero a rilasciare un atto scritto: «Noi come genitori dichiariamo che le persone che sono state arrestate perché hanno partecipato alla cerimonia tradizionale della verginità della nostra figlia devono essere rilasciate dal carcere, perché hanno solo preso parte a una cerimonia che è consentita dalla nostra tradizione nazionale». Al processo di primo grado anche un sacerdote che viveva nel campo nomadi giustificò, in nome della cultura Rom, il comportamento degli imputati e in particolare la cerimonia pubblica della verginità della sposa bambina.

La Corte di Assise di Appello ha detto invece che nessuna cultura può fare scudo alla violazione dei diritti fondamentali.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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di Redazione Pisa