Il Tirreno

Pisa

Felpe dell’Ateneo taroccate e vendute vicino al Duomo

di Carlo Venturini
Felpe dell’Ateneo taroccate e vendute vicino al Duomo

Da tempo l’Università di Pisa fa produrre una serie di oggetti con i suoi simboli ma non riesce a proporli bene sul mercato col risultato che altri ci guadagnano

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PISA. Le magliette, le felpe e gli altri gadget dell'Università, le vendono i bancarellai della Torre, ma non l'Ateneo. Intendiamoci, le t-shirt vendute dai bancarellai a 15 euro "scimmiottano" quelle ufficiali che sono ben "seppellite" negli scaffali dell'Orto botanico, luogo sicuramente suggestivo ma pressoché deserto o poco frequentato dagli studenti o dai loro parenti che magari sotto Natale un regalino con il simbolo del cherubino lo vorrebbero fare.

Eppure, se un'istituzione spende soldi pubblici per appaltare, disegnare, stampare il proprio merchandising, dovrebbe avere un briciolo di interesse a venderlo o a provarci almeno.

Concetto che sembra del tutto lampante all'Università di Bologna dove è stato creato un sito apposito www.unibostore.it dove si vendono magliette, borse, cappelli, felpe, tazze e teli da mare. Oltre al sito, i bolognesi hanno cinque store (uno nella mitica via Zamboni) collocati in altrettante librerie del centro.

L'Ateneo pisano, nulla: fa le magliette e se le tiene.

Ritornando alle t-shirt tarocco vendute sulle bancarelle vicino alla Torre, in realtà sono talmente diverse da quelle originali che non potrebbero essere definite neppure un falso. Il nome, Università di Pisa, però c'è, così come ci sono varie frasi in latino a corredo del nome. Basta fare un giro in quel grand bazar che è internet per imbattersi in tantissima oggettistica "taroccata" dell'Università di Pisa.

Sul sito ufficiale del nostro Ateneo, invece, non si menziona neppure l'esistenza di un lapis con il cherubino. Come contraltare, su eBay, vengono battute all'asta tazze, felpe, magliette più o meno falsificate. I soldi che dovrebbero rientrare all'Ateneo vengono dirottati in tasche più imprenditoriali.

Dall'ufficio legale dell'Università fanno sapere che i simboli, i loghi ed il nome sono stati tutti protetti e registrati. E quindi? Niente. L'Ateneo non può far altro sul fronte della protezione, d'altra parte neppure i grandi marchi possono fare più di tanto per arginare l'usurpazione del loro logo. L'Università, ovviamente, non deve fare cassa o profitto tramite il merchandising, ma almeno potrebbe sforzarsi di vendere gli oggetti che fa produrre.

All'ingresso dell'Orto botanico, c'è uno scaffale stracolmo di magliette, cappellini, felpe ufficiali. E poi vetrinette con penne, posacenere, spille ed altro ancora.

Una coppia di spaesati turisti pochi giorni fa voleva acquistare una felpa da bambino con il simbolo dell'Ateneo. Soldi in mano ma niente resto, e quindi niente acquisto. Non è certo colpa di chi quel giorno si è trovato a dover smerciare felpe invece di biglietti dell'Orto botanico, il problema è l’inadeguatezza della struttura.

L'Università su questo punto dovrebbe prendere come esempio i colleghi che lavorano all'ombra della Torre degli Asinelli facendo convenzioni con librerie pisane oppure collocare gli store di merchandising in luoghi più assolati e non sotto le enormi foglie della cosiddetta palma del presidente, albero meraviglioso e secolare da ammirare all'Orto botanico.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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