Il dolore
Anche la burocrazia può uccidere
Ventuno mesi vissuti pericolosamente con la minaccia di una frana sopra la testa
La burocrazia, le sue lungaggini, la sua logica fredda e autoreferenziale possono uccidere. Viviamo in Italia e l’abbiamo sempre saputo. Se a Ripafratta è stata evitata una strage, il merito è tutto di un… cane. Sembra una boutade, questa del cane, un particolare che regala un titolo curioso in cronaca, eppure l’altra sera è andata proprio così. Cinque persone - la famiglia Grassotti più il fidanzato di una delle figlie che era stato invitato a cena - devono la vita a quell’animale: ha sentito che qualcosa non andava, era inquieto, abbaiava, ha strappato la catena, costringendo una figlia dei Grassotti a uscire di casa e a dare l’allarme quando ha visto che la collina veniva giù.
Era da tempo, addirittura dal 2013, che si sapeva che quel costone era un pericolo, che prima o poi sarebbe accaduto qualcosa di grave. Era da tempo che la gente del posto incrociava le dita augurandosi che il permesso per dare il via ai lavori di messa in sicurezza della collina con sopra un traliccio di Terna arrivasse prima dell’irreparabile. Il proprietario del terreno aveva chiesto d’intervenire, ma ha dovuto aspettare a lungo, troppo a lungo – così ha raccontato – complice anche l’esistenza di un vincolo paesaggistico ambientale che ha frenato i permessi, tanto che i lavori sarebbero cominciati lunedì 22 dicembre. Da marzo 2013 a dicembre 2014 sono ventuno mesi. Ventuno mesi vissuti pericolosamente fino all’epilogo dell’altra sera.
Ed eccoci alla burocrazia: è possibile, in un Paese cosiddetto civile, aspettare mesi, addirittura anni prima di mettere in sicurezza una collina che minaccia di franare? No, non lo è. In Italia, però, accade.
«Non credo al fato. Andremo fino in fondo», ha detto il vicesindaco Franco Marchetti. Parole forti che lasciano pensare a responsabilità precise. Se qualcuno ha sbagliato, se qualcuno ha rallentato colpevolmente la pratica, è giusto che paghi. Il sindaco Sergio Di Maio e i suoi assessori, peraltro arrivati alla guida del Comune di San Giuliano nel 2014, dunque quando questa storia era già cominciata, devono chiarire – al di là di ogni dubbio - se qualcosa nella macchina amministrativa non ha funzionato a dovere. O se le responsabilità sono da cercare altrove, in qualche altro ente o ufficio.
L’altra sera poteva essere una strage – stavolta non è una frase fatta – e i cittadini hanno il diritto di sapere perché non è stata data la possibilità d’intervenire prima.
Probabilmente, però, il guaio non è (soltanto) sulla scrivania di uno o più funzionari. Forse il problema è anche a monte: riguarda le norme, l’affastellarsi di regole che il legislatore dice d’aver partorito a tutela del territorio, ma che a causa della loro ipertrofia finiscono per avere l’effetto contrario a quello desiderato: uccidono la certezza del diritto, lasciano spazio soltanto alle interpretazioni sulle procedure da adottare per rilasciare un permesso, allungano i tempi delle risposte alle legittime richieste dei cittadini. E, soprattutto, non bloccano le frane, perché i tempi della natura non sono quelli della burocrazia.
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