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I deliri di Fruzzetti: "Quella donna non era la mia mamma"

Il cadavere di Cesira Antonioli viene portato fuori della casa
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Il cadavere di Cesira Antonioli viene portato fuori della casa

In Corte d'Assise il processo al matricida di Ghezzano. I periti: totale infermità mentale, socialmente pericoloso

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PISA. «Quella donna non era mia madre. La mia vera mamma mi ha venduto da piccolo».

Ascoltando le convinzioni di Fabrizio Fruzzetti riportate dal perito della Procura, lo psichiatra Maurizio Pieri, davanti alla Corte d’Assise, ci si fa un’idea di quali paranoie abbiano oscurato per anni la mente del matricida sotto processo per l’omicidio della mamma, Cesira Antonioli di 88 anni. Una lite finita nel sangue con una coltellata alla gola nella cucina della villetta in via Puccini a Ghezzano la sera del 28 luglio.

È stata un’udienza breve quella che si è tenuta il 16 dicembre nell’aula al primo piano del Tribunale di fronte alla Corte con due giudici togati (presidente Murano, a latere Poggi) e sei giudici popolari. Il tempo di sentire le deposizioni del perito dell’accusa, sostenuta dal pm Antonio Giaconi, e di quello della difesa, lo psichiatra Adolfo Bandettini Di Poggio, nominato dall’avvocato Francesco Verdianelli. I due psichiatri hanno fornito un’analisi identica nella prognosi del paziente e un’indicazione convergente su quello che è il presente e il futuro dell’imputato. Per la sua patologia schizofrenica, Fruzzetti, 55 anni, è stato ritenuto dai medici incapace di intendere e di volere al momento dell’omicidio. Non è imputabile e la sua pericolosità sociale viene definita notevole.

«Per lui la mamma naturale era una donna che vive in via Leopardi, vicino alla sua abitazione – ha spiegato il dottor Pieri –. Cesira non era riconosciuta da Fabrizio come sua madre. Riteneva che la sua “vera” mamma lo avesse venduto a Cesira che in tutti questi anni ha dovuto sopportare continue aggressioni. Siamo in presenza di uno stato morboso che ha determinato la tragedia».

L’effetto scatenante, è stato ricordato in aula, viene cristallizzato nell’acquisto di un genere alimentare. Già una prima volta il cognato di Fruzzetti aveva comprato delle ali di pollo anziché le cosce, pietanza preferita dall’imputato. Quando Fruzzetti la sera del 28 luglio ha aperto il frigorifero e ha visto che per la seconda volta erano state comprate le ali al posto delle cosce la sua mente è andata in corto circuito ritenendosi vittima di persecuzioni. Nel suo delirio ha creduto che nella cerchia dei familiari, con la mamma in testa, ce l’avessero con lui, ha afferrato un coltello da cucina e con un colpo secco ha sgozzato la madre. Poi è andato a dormire come se nulla fosse. La chiamata ai carabinieri è arrivata la mattina del 29.

«Fabrizio veniva seguito dall’Asl, ma da parte sua non c’era un’adesione completa al trattamento – ha sottolineato il dottor Pieri –. E proprio per ovviare a questa mancanza era stata adottata una terapia a base di iniezioni. Purtroppo i farmaci non sono serviti a evitare tutto questo».

Che Fruzzetti debba proseguire con le cure è stata l’opinione anche dello psichiatra della difesa, Bandettini Di Poggio. «Fabrizio ha bisogno di continuare il trattamento farmacologico terapeutico». Prossima udienza il 12 gennaio con la lettura della sentenza. Fruzzetti dovrebbe essere assolto perché incapace di intendere e di volere al momento del fatto e internato in un ospedale psichiatrico giudiziario. Ora si trova a Montelupo Fiorentino nella Villa Medicea che la Regione ha annunciato di voler chiudere entro il marzo 2015.
 

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