Il dolore
Il prete: libertà religiosa, ma sia reciproca
Don Campinotti è il parroco della zona individuata dai mulsulmani per la costruzione
PISA. Nel grande dibattito sulla costruzione della moschea, dibattito che spesso sconfina nell’iperuranio dei massimi sistemi, la voce di chi quella costruzione così controversa se la troverà a poche centinaia di metri non può mancare. È il caso di don Carlo Campinotti, parroco di Santo Stefano extra moenia di Porta a Lucca e le sue risposte sono tutt’altro che banali.
«Siamo noi cristiani – afferma don Campinotti - che parliamo di libertà religiosa, di conseguenza affermiamo con forza che ogni gruppo religioso ha il diritto di esprimere la propria fede sempre nel rispetto delle leggi, della libertà e della dignità di ogni persona. Tuttavia anche da parte loro ci dovrebbe essere un riconoscimento reciproco, che cioè esprimano pubblicamente e con decisione che nei Paesi da cui provengono venga riconosciuto e affermato lo stesso diritto, cosa che fino a questo momento non mi sembra sia stata fatta».
Molte delle critiche fatte a questo progetto riguardano l’ubicazione, così vicina a piazza dei Miracoli, vista come simbolo di cristianità: «Mi sento in dovere di far presente che nessuno della mia comunità ha protestato per un caso identico: il luogo di culto e di incontro che i testimoni di Geova hanno costruito nel territorio della nostra parrocchia. Questa credo sia già una risposta sufficiente, ma sono del parere che tutti abbiano il diritto di domandare agli esponenti della comunità islamica di Pisa, più che a coloro che hanno il compito istituzionale delle scelte urbanistiche, se questa sia la scelta migliore o se ci possano essere altre zone che da un punto di vista simbolico abbiano minore rilevanza per la comunità cristiana».
«Quanto all’integrazione - prosegue don Campinotti - qualsiasi persona ha bisogno di sentire che coloro che gli vivono accanto condividono gli stessi valori di rispetto della persona, libertà e dignità nei confronti degli altri e penso che questo si chieda prima di un luogo di culto». Un passo da valutare bene quindi, anche perché «scelte del genere – conclude il prelato - non riguardano solo il presente ma soprattutto il futuro. Un edificio qualsiasi rimane nel tempo, tanto più una moschea con la funzione e soprattutto con il significato simbolico che ha». (l.l.)
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