Il dolore
«Mio figlio resti in cella ma quando esce va curato»
L’appello della mamma del giovane arrestato per i maltrattamenti alla nonna «Da anni chiediamo aiuto alle istituzioni, ma non ci sono state risposte»
PISA. «Deve pagare per quello che ha fatto, ma sono anni che chiediamo aiuto, inutilmente».
C’è il dolore per un figlio in carcere. E c’è lo sgomento di una mamma che non cerca giustificazioni e si arrovella su cosa non ha funzionato nell’educazione di un ragazzo che nelle scorse settimane è finito in cella con l’accusa di maltrattamenti in famiglia e lesioni aggravate e continuate.
La sua vittima? La nonna. Secondo la Procura per oltre un anno l’anziana sarebbe stata il bersaglio delle esplosioni d’ira del nipote con minacce, offese e botte. Anche di notte e con la stampella usata dall’anziana per camminare.
Che Andrea Gnesi, 23 anni, abbia sbagliato la madre lo ammette senza alcuna attenuante. I segnali, però, che quel giovane avesse dei seri problemi erano chiari da anni.
«Il “mostro” che picchiava la nonna con violenza, soprusi e umiliazioni, doveva essere fermato anni fa – affermano i familiari –. Da tempo tutte le autorità erano a conoscenza della grave situazione». Il riferimento è a una serie di disagi comportamentali che nel corso degli anni hanno portato Gnesi a numerosi ricoveri alla Stella Maris. Poi l’incontro con la droga ha aggravato un quadro psichico già precario.
Iniziano i furtarelli per comprarsi le dosi. «Rubava le bici, veniva arrestato e dal Tribunale me lo rimandavano a casa – ricorda la mamma –. Per anni i genitori sono stati inascoltati malgrado le numerose denunce e richieste di aiuto fatte a tutti gli enti competenti sui gravi problemi del ragazzo. Appelli sono stati rivolti ovunque: servizi socio-sanitari, Sert, pronto soccorso, dove il ragazzo è stato più volte ricoverato in stato confusionale come scritto sui referti».
I genitori invocano un ricovero per quel figlio problematico. Bussano alla porta del Comune, dei servizi sociali per chiedere una risposta a un problema che loro non sanno più gestire.
«Solo gli uffici della prefettura hanno avuto la volontà di ascoltare e comprendere la gravità del caso – proseguono i familiari –. È a loro che vanno i nostri ringraziamenti della famiglia. Ora ci chiediamo perché è successo tutto questo. Poteva essere fermato prima? Tutti erano a conoscenza dei comportamenti distruttivi e lesivi del ragazzo sia a casa della madre, del padre e della nonna. Forse in questa orribile storia ci sono delle corresponsabilità. Numerosi accessi ospedalieri e altrettanto frequenti referti caduti nel nulla malgrado il ragazzo più volte sia stato dimesso in stato di alterazione psichica».
La mamma affronta, infine, la brutta storia che ha aperto le porte del carcere al figlio.
«La nonna poteva e doveva essere salvata dai soprusi che ha subìto? Crediamo fermamente di sì – conclude il genitore –. Adesso il ragazzo è stato fermato. Ci auguriamo che venga finalmente curato e seguito prima di essere reinserito nella comunità, scontando la sua pena detentiva in carcere o in una comunità terapeutica psichiatrica. Giudicare senza conoscere i drammi familiari, non ci rende donne e uomini migliori».
Lo dice una mamma con il cuore spezzato dallo strazio di un figlio in carcere. Una discesa all’inferno che potrebbe essere l’ultima chiamata per il giovane prima di perdersi senza possibilità di salvezza.
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