Il Tirreno

Pisa

Leon, l’americano che salvò la Torre di Pisa

di Luca Lunedì
Leon, l’americano che salvò la Torre di Pisa

Il sergente Weckstein non dette l’ordine di abbatterla: «Era inutile, non c’erano tedeschi. Ma eravamo pronti a tutto» - ENGLISH VERSION

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PISA. C’è stato un momento, settant’anni fa, in cui la storia e il destino di Pisa erano ad un bivio. Era il 22 luglio del ’44, il sole batteva forte e il simbolo della città - la Torre - ha rischiato di essere letteralmente raso al suolo. Pisa era divisa in due: tedeschi a nord, americani a sud. Era guerra vera, brutale. Il futuro di Pisa era nelle mani di un uomo: Leon Weckstein, ufficiale dell’esercito alleato. O meglio, era nei suoi occhi e, forse, nella sua coscienza. Leon aveva un compito: introdursi nella città da conquistare (o liberare, scegliete voi) e individuare quelli che oggi vengono chiamati obiettivi strategici. Roba che adesso si fa con i droni, senza bisogno di rischiare vite umane. Ma allora voleva dire strisciare fra le macerie e ragionare come il nemico. Individuare i luoghi che gli altri avrebbero scelto per spararti addosso.

Con lui un radiofonista che doveva comunicare alle navi attraccate a Bocca d’Arno dove indirizzare i cannoni. Pisa è città piana e quel campanile bianco svetta perentorio. Leon aveva il dito sul pulsante, se avesse visto o solo intuito che lassù c’erano i crucchi, avrebbe dovuto dare l’ordine. Quello che segue è un estratto del suo racconto, raccolto pochi giorni fa nella sua casa di Los Angeles e proiettato ieri sera al Bastione Sangallo. «Lavoravo per una compagnia di Los Angeles, la Military Insignia. Loro avrebbero voluto inserirmi nella guardia costiera o nella Marina ma non superai la visita perché all'epoca portavo gli occhiali ed ero astigmatico. Fui invece arruolato nell'esercito che prendeva chiunque in fanteria. Alla base, in Oregon, mi dissero che sarei stato un impiegato d'ufficio. Non ho mai visto una macchina da scrivere nei successivi dieci anni. Però leggevo le mappe con più facilità degli altri compagni compresi gli ufficiali. Mi impegnai anima e corpo per diventare agente dello staff arrivando fino al quartier generale come sergente d'intelligence del battaglione».

Leon racconta del suo viaggio attraverso l’Atlantico e fino in Italia. «Attraccammo in una città sotto Napoli e due giorni dopo eravamo già sopra Roma. Avevamo appena preso Livorno e a bordo dei carri armati ci spostammo verso Pisa: la prima battaglia fu in una zona chiamata Marina di Pisa. I tedeschi stavano a nord dell' Arno e ci davano del filo da torcere. Cominciammo ad essere bombardati e sulla strada i carri armati esplodevano per le mine anticarro. Dal quel momento in poi lasciammo la strada e ci buttammo nella vegetazione nella pineta a sud di Pisa. Gli ufficiali pensavano che ci osservassero dalla Torre, così decisero che dovevo prendere un radiofonista con me e cercare di avvicinarmi il più possibile».

Il sergente Wickstein arriva così in città e posa gli occhi sulla Torre. Da quel momento il destino del campanile più famoso al mondo è nelle sue mani. «La torre era a circa mezzo miglio di distanza ma c'era una visuale chiara. Mi dicevo: “È una cosa grossa” ma andava fatto e qualcuno doveva farlo e io sapevo di poterlo fare. Al tempo stesso ero spaventato dall'idea di distruggere questa cosa meravigliosa. C'erano migliaia di uomini dietro di me che aspettavano un mio ordine in un senso o nell'altro. Se avessero usato la Torre come punto di osservazione adesso sarebbe un mucchio di sassolini. Le regole di guerra prevedevano di lasciar stare le chiese e i monasteri ma le chiese erano usate spesso dai tedeschi come punti di osservazione. C'era una chiesa in ogni singolo paese in cui arrivavamo: loro dovevano uccidere noi o noi avremmo ucciso loro. Sentivo che per salvare anche una sola vita americana avrei fatto qualunque cosa: dopo che hai visto le budella e il sangue dei tuoi compagni sparpagliate per terra perdi qualunque tipo di sentimento. L'unica cosa che resta è l'odio. Sono stato ore in quel punto ad osservare niente che si muoveva o sembrava muoversi, sperando che non ci fossero, anche se gli ordini erano chiari: al primo segnale dovevo dare il comando. L’ultima ora di osservazione fu interessante perché il sole era alto e rendeva la Torre come tremolante, sembrava fatta di gelatina. Dovevo aspettare che il sole calasse un po' ma ad un certo punto ci contattarono per comunicarci la fine dell'operazione». Qui intervenne il destino, o forse il caso, che sollevò il sergente Weckstein da quella pesante responsabilità. «Il generale stava decidendo di aggirare Pisa: il giorno dopo dovevamo partire per spostarci in un’area a nord di Firenze chiamata Linea Gotica».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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