Gioco
Tutti sfollati a Calci e campane a festa all’arrivo degli alleati
Danilo Celandroni: «Le strade si riempirono per la gioia» Mario Pellegrini: «La Valgraziosa divenne il capoluogo»
PISA. Durante gli anni terribili della seconda guerra mondiale, e soprattutto al declinare del conflitto, la Vallegraziosa diventò il punto di riferimento della città di Pisa. Lo afferma Mario Pellegrini, una vita in politica, nelle file della vecchia democrazia cristiana. Pellegrini documenta il ruolo svolto dal territorio all’ombra del monte pisano. Nonostante l’età molto avanzata, dimostra lucidità sorprendente. Precisi ricordi, nitide le sue ricostruzioni umane e storiche. Le ha messe anche per scritto in un opuscolo davvero pregevole. Rievoca Pellegrini che mentre su Pisa e Livorno continuavano i massicci bombardamenti aerei, la prefettura, la questura, parte dell’università, alcune scuole superiori, l’ufficio provinciale dell’alimentazione si installarono alla Certosa. Di fatto Calci fu trasformata nel capoluogo della provincia. «A Pisa rimasero soltanto l’arcivescovo Gabriele Vettori, che aprì le porte del duomo e dell’arcivescovato a centinaia di persone dando vita, altresì, ad un comitato per l’alimentazione guidato da don Angelo Fontana e il commissario al Comune avvocato Mario Gattai, che comunque avevano un ufficio di collegamento alla Certosa. Non lasciò il suo posto neppure il primario di radiologia, professor Giuseppe Toniolo, segretario della Dc clandestina, il quale aveva volontariamente assunto la funzione di coordinatore dell’ospedale Santa Chiara, strapieno di ammalati, feriti e rifugiati». A valle e a monte non ci fu ambiente che rimase disabitato. Modeste e umili case, ville, soffitte, frantoi, stalle, capanne e, soprattutto nelle parti alte del paese, quando non ci rimase altro, gli sfollati, calcolati ad oltre 60mila, improvvisarono rifugi di fortuna, coperti con qualsiasi materiale capitasse: coperte, lenzuoli ma addirittura frasche e rami di alberi. Una cosa strana: rimasero salvi tutti i mulini. Gli opifici furono risparmiati. Non riuscì neppure a distruggerli il bombardamento aereo americano che subì Castelmaggiore.
«Avevo cinque o sei anni quando arrivarono i soldati americani. Con loro gli inglesi e gli indiani. Ricordo che su un carro armato si erano arrampicati Raul Adami e Sergio Armani, due ragazzini mossi anche da spirito di avventura. Una lunga colonna di mezzi militari raggiunse il centro del paese e quasi d’incanto si dissolse l’incubo della guerra». Danilo Celandroni va con il cuore e la mente alla liberazione del monte pisano. «Erano passate da poco le 17 quando un giovane sfollato, delle migliaia che avevano trovato rifugio da queste parti, è corso in cima alla chiesa per suonare la campana principale muovendo a mano il bandolo. Le strade e le piazze si riempirono di gente che faceva festa. Dalle autoblindo, provenienti da Caprona e da Crespignano, si sporgevano i soldati che distribuivano cioccolato e canditi oltre uno strano pane bianco. Il grosso delle truppe prese alloggio nel centro del paese. Mia madre Brunetta si presa cura di pettinare gli ospiti indiani, che portavano il turbante. Io potei per la prima volta assaggiare il tè che mi venne servito, aveva un sapore inconfondibile». Celandroni ricorda con sgomento le ultimissime ore della ritirata dei tedeschi, i quali si erano accorti di avere perduto: «Rimasero i sabotatori, loro ebbero l’incarico di far saltare i ponti. Furono distrutti praticamente tutti, a cominciare dai ponti sullo Zambra, sul Vallino e sul canale Aldio. Le truppe alleate furono costrette così ad attraversare a guado i torrenti, tra l’altro in quel periodo poveri d’acqua. Gli americani furono capaci di dialogare con facilità mentre gli inglesi verso i cittadini si dimostrarono più chiusi, meno espansivi. Ma la fame cessò».
Pier Luigi Ara
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