Il Tirreno

Pisa

E gli alleati videro la città sbriciolata

di MARCO BARABOTTI
E gli alleati videro la città sbriciolata

I nazifascisti si lasciarono alle spalle una lunga scia di sangue Gli storici Pezzino e Battini hanno ricostruito le stragi efferate

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di MARCO BARABOTTI

Settant'anni fa, la mattina del 2 settembre 1944, i primi soldati alleati entrarono in città, contemporaneamente ai partigiani della 23a brigata Garibaldi. Quel giorno Pisa liberata presentava un quadro desolante: la città aveva subito 54 attacchi aerei alleati e quasi la metà delle abitazioni era distrutta. Enormi furono i danni riportati agli impianti industriali, all'acquedotto e alle condutture del gas a causa delle razzie naziste. La provincia di Pisa fu una tra le più colpite dalle rappresaglie nazifasciste che si abbatterono sulla popolazione civile.

Ciò che avvenne poco prima della Liberazione di Pisa tra la fine di giugno e la fine di agosto del 1944, con una lunga scia di sangue che accompagnò la dislocazione o lo spostamento delle truppe tedesche nel pisano - fu una vera e propria "guerra ai civili" -, è stato ricostruito in una approfondita ricerca condotta da due studiosi di storia contemporanea della nostra Università: Paolo Pezzino e Michele Battini. Fu una lunga scia di sangue, «accanto all'episodio più drammatico - dice Pezzino -, cioè la strage del Padule di Fucecchio del 23 agosto 1944, nel quale la "guerra ai civili" si manifestò in maniera cruenta».

«Questa violenza - spiega Pezzino -, affatto irrazionale o casuale, doveva "servire" a reprimere il movimento partigiano (in particolare la zona del Monte Pisano, ove opera la formazione "Nevilio Casarosa", inquadrata nella XXIII Brigata Garibaldi "Guido Boscaglia"), a mantenere un ferreo controllo del territorio, in un'area che si trovava subito dietro la linea del fronte (assestato lungo il corso dell'Arno per circa quattro cinque settimane, dal 20 luglio alla fine di agosto). Ma doveva servire anche a garantire l'adesione della popolazione a un preciso disegno che, con un mix di azioni violente sul campo e di bandi di sfollamento coatto, aveva l'intento di fare "terra bruciata".

La strage della Piavola di Buti del 23 luglio, anche se non ascrivibile entro la categoria di rappresaglia, s'inseriva in un contesto che vedeva la 65.ma divisione di fanteria della Wehrmacht - che insieme alla 16a divisione "Reichsfüher-SS" si divideca il controllo della zona di Pisa alle spalle del fronte - fronteggiare una serie di azioni e sabotaggi compiuti dai gruppi partigiani.

«Quella della Romagna, sopra Molina di Quosa del 6 agosto 1944 - afferma Pezzino -riassume in sé le diverse caratteristiche e finalità della "guerra ai civili", visto che all'obiettivo immediato di dar la caccia ai partigiani della "Casarosa" si affiancava quello di catturare e inviare al lavoro coatto gli uomini in grado di lavorare raccolti nel corso del rastrellamento, compiuto in una zona del Monte ove da settimane si era creata una vera e propria comunità di sfollati».

A fare da contorno a questi due episodi, una serie di violenze, magari di dimensioni minori, che da San Piero a Grado (25 luglio) a Vicopisano (il 25 luglio e ancora il 19 agosto, con l'uccisione di 5 donne), da San Rossore (9 agosto) al padule di Vecchiano (14 agosto), e altre ancora, disegnano una sorta di caccia all'uomo - messa in piedi in particolare dalla XVI SS del generale Simon - nei confronti della popolazione civile.

La conclusione avverrà con la strage di Laiano di Filettole, del 29 agosto, al confine con la provincia di Lucca, quando già i soldati alleati avevano varcato l'Arno e ripreso la propria avanzata verso nord11. Alla fine, le stragi saranno 21 e le vittime oltre 300, tra le quali un centinaio tra donne, bambini e uomini con più di 55 anni di età.

«La violenza sperimentata dalle popolazioni civili in questi mesi - dice ancora Pezzino - non si esaurì però in relazione all'occupazione e alla presenza dell'esercito tedesco (affiancato naturalmente dai fascisti, che "concorrevano" nella realizzazione delle stragi e, soprattutto tra marzo e aprile 1944, misero in piedi una vera e propria caccia ai renitenti alla leva). Individuata e ricostruita la specificità ideologica della violenza nazista, l'approccio globale alla guerra impone un confronto critico anche con i bombardamenti degli Alleati».

Bombardamenti che colpirono ripetutamente la provincia di Pisa dall'estate del 1943 in avanti, con una cronologia che rispecchiò quanto avvenne a livello nazionale. «La violenza dal cielo - afferma Pezzino - resterà "compagna" di quella tedesca anche per buona parte del 1944, ma l'apice della violenza, del dramma e della sofferenza (fisica e della memoria) viene raggiunto con il bombardamento del 31 agosto 1943».

L'altro capitolo, necessario se si vuole addivenire alla ricostruzione complessiva della storia della guerra in provincia di Pisa, riguarda la ricostruzione di quella molteplicità dei piani di risposta al conflitto e al suo portato violento: risposta politica degli antifascisti, risposta anche militare dei partigiani, risposta "solidaristica" di settori della società occupata (donne, clero, ecc.).

«Anche nel caso di Pisa, in relazione al movimento resistenziale, emergono molti di quegli elementi che Claudio Pavone - aggiunge infine il professor Paolo Pezzino - ha messo in luce nel suo studio sull'"ethos resistenziale", cioè l'insieme delle motivazioni che hanno determinato la scelta partigiana, e delle analisi del rapporto con il "nemico" (il tedesco occupante e i fascisti italiani della Rsi). Ad esempio, la saldatura tra generazioni, tra il "vecchio" antifascismo politico rinato dalle ceneri delle tradizioni familiari e ravvivato dall'azione di piccoli gruppi di militanti, e il "nuovo" antifascismo figlio della disfatta militare, rivelatrice della tragica pochezza del regime fascista. O ancora l'importanza della componente dei renitenti alla leva, di quei giovani per i quali la "scelta politica" venne preceduta da una "fuga", una ribellione istintiva contro un ordine tedesco e fascista che sostanzialmente si identificava con la continuazione della guerra e quindi con i bombardamenti, il razionamento alimentare, il lavoro forzato e soprattutto la coscrizione obbligatoria».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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