Il Tirreno

Pisa

Scuola e supplenze quando il precariato ti logora l’animo

di Sharon Braithwaite

Lucia, 49 anni, da 7 a caccia del ruolo: «La mia storia emblematica della condizione esistenziale di tanti docenti»

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PISA. La riforma della scuola annunciata dal governo Renzi è rimandata a settembre, ma le anticipazioni trapelate nelle scorse settimane hanno generato molta preoccupazione tra le migliaia di precari della scuola italiana. Lunedì scorso la ministra dell'Istruzione Stefania Giannini ha definito le supplenze "un batterio da estirpare": un'affermazione che ha lasciato molti lavoratori precari sconcertati, compresa Lucia Vaccari, 49 anni una lunga formazione accademica come biologa. Da sette anni fa parte dell'esercito di precari che manda avanti la scuola nel nostro Paese.

Come commenta le parole della ministra Giannini?

«Quando le ho sentite non credevo alle mie orecchie. Per anni sono riuscita a campare proprio grazie alle supplenze. E come me altri miei colleghi, che tuttora riescono a lavorare solo per pochi mesi l'anno. Ho visto che il decreto "salva Italia" è stato rimandato. Ma gli annunci e le anticipazioni delle scorse settimane ci hanno messo in agitazione. Mi sono consultata più volte con i miei colleghi per capire meglio la riforma annunciata. Come pensano di eliminare i precari?»

Come è iniziata la sua carriera lavorativa?

«Sono una biologa. Dopo la laurea ho lavorato in molti ambiti, da quello privato a quello universitario. Ho passato sette anni tra università e ricerca. Quando ho visto che non c'erano prospettive, ho cambiato strada. Ci tengo a precisare che l'insegnamento scolastico per me non è stato un ripiego. È un lavoro che svolgo con passione e impegno. Ho avuto modo di conoscere un altro mondo. Purtroppo ho avuto la sfortuna di iniziare a insegnare proprio dopo la chiusura delle Ssis (scuola di specializzazione all'insegnamento secondario ndr), e in un periodo in cui non erano banditi dei concorsi. Pertanto sono finita in terza fascia, la più dura. Ho cercato di aumentare il punteggio con master e corsi di specializzazione, ma è servito a ben poco. Neanche il percorso abilitante all'insegnamento mi ha dato certezze. Basta vedere cosa è successo con i Pas negli scorsi mesi. Ci ha preoccupato molto anche il discorso sul merito, ancora non ci è chiaro cosa accadrà. Verranno raggruppati i vincitori dei concorsi con i frequentanti dei corsi di specializzazione? In base a quale principio si può essere "scavalcati" da neolaureati? Non metto in dubbio la loro preparazione accademica, ma nel campo dell'insegnamento l'esperienza è di cruciale importanza. Non è detto che un ragazzo appena uscito dall'università sia in grado di fare lezione in classe».

Com'è la scuola di oggi?

«Ultimamente ho avuto incarichi annuali alle scuole medie. Il contatto con i ragazzi da tante soddisfazioni, anche se ogni anno riscontro problematiche nuove: le situazioni familiari sono sempre più difficili, i ragazzi ne risentono molto e gli effetti ricadono sulla scuola. Sono aumentati i problemi di carattere sociale. Inoltre, rispetto al passato, la figura dell'insegnante è rispettata sempre meno. Questo in parte è dovuto alla politica italiana che da anni ci bistratta con tagli e provvedimenti, spesso ideati da chi non conosce davvero come funziona la scuola. Basta pensare alla proposta di qualche mese fa di aumentare l'orario di apertura delle scuole. Si può essere d'accordo sul voler trasformare la scuola in un centro di aggregazione sociale. Ma bisogna essere consapevoli del fatto che le ore frontali sono molto impegnative, soprattutto con i problemi sociali attuali. Inoltre gran parte del lavoro noi insegnanti lo svolgiamo a casa, per la correzione dei compiti e la preparazione delle lezioni. Questo aspetto viene dimenticato troppo spesso».

Cosa vuol dire essere una precaria della scuola oggi?

«È una condizione esistenziale che ti logora l'animo. Chi ha la fortuna di avere l'incarico annuale viene licenziato il 30 giugno senza sapere dove e se lavorerà a settembre. Essere precario vuol dire trascorrere i mesi estivi (e non solo) appesi a un filo. È un aspetto che si riflette in tutti gli ambiti. È difficile lavorare bene sapendo di dover cambiare scuola l'anno successivo. I ragazzi subiscono il danno maggiore. A loro chi ci pensa?»

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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