Finanza
Pensione a rischio beffa per centinaia di donne
La legge consente di scegliere di lasciare il lavoro a 57 anni con 35 di contributi Ma ora manca la “finestra” come indica una circolare Inps. E nasce un comitato
PISA. Il traguardo della pensione, vicino ormai pochi mesi, che rischia seriamente di allontanarsi e di ben otto anni. È la situazione in cui si trovano centinaia di donne pisane: per loro l’obiettivo tanto agognato potrebbe trasformarsi in una beffa che le costringerebbe a restare al lavoro fino al 2022. Un rischio che ha spinto le dirette interessate, migliaia di dipendenti pubbliche e private in tutta Italia, nate tra il 1956 e il 1957, a mettersi in rete e creare su Facebook il gruppo “Comitato opzione donna”. Tra queste anche diverse toscane e del territorio pisano.
Da Maroni alla Fornero. Ma cosa è successo? La legge Maroni del 2004 consentiva alle donne con 57 anni e 35 anni di anzianità (58 per le lavoratrici autonome) di andare in pensione entro il dicembre 2015 optando per il sistema contributivo, cioè con un assegno di pensione ridotto in media del 30%. «Insomma era prevista - spiega il responsabile Itaco Confesercenti di Pisa, Domenico De Fazio - la possibilità di andare in pensione qualche anno prima con la rinuncia ad una parte di soldi. Una scelta, non certo un obbligo. Poi la nuova riforma del ministro Fornero che ha messo mano pesantemente al sistema pensioni allungando di molto la permanenza al lavoro». La pensione così, sottolinea De Fazio, «non decorre più da un mese dopo aver maturato i requisiti, ma 21 mesi dopo per le lavoratici autonome e 15 per le dipendenti. Ecco perciò che le autonome che non hanno maturato i requisiti entro il maggio scorso e le dipendenti che non li matureranno entro il prossimo novembre sforeranno la finestra del 2015 e non potranno andare in pensione se non dopo aver compiuto 67 anni (quindi lavorando fino al 2023 per le donne nate nel 1956 e nel 2024 per quelle del 1957)».
La “finestra”. Secondo il gruppo “Comitato opzione donna”, come si legge su Fb, il nodo sono le circolari Inps numero 35 (lavoro privato) e 37 (pubblico impiego ) che nel «marzo del 2012 cambiano le regole del gioco tagliando fuori tutte le donne che maturano i requisiti nel 2015». Per De Fazio una soluzione non era complicata da attuare. Ovvero, dice, «sarebbe bastata per le donne una proroga di questa finestra di almeno un anno per permettere loro di andare in pensione. Ricordando che la pensione sarebbe stata comunque decurtata del 30%. Come patronato seguiremo le eventuali modifiche da parte dell’Inps anche dopo le sollecitazioni della commissione lavoro della Camera».
Comitato all’attacco. In effetti, qualcosa potrebbe essere modificato. Almeno è l’auspicio del comitato. «Non possiamo subire - è l’appello che si legge ancora nella pagina Facebook - questa ingiustizia, vogliamo diventare visibili e trovare la soluzione. Più siamo e meglio è. Leggete il documento di costituzione del comitato e se condividete questa linea aderite. E ancora: «Si tratta di una regola assurda che va cambiata, ecco perché a partire da settembre le donne che hanno raggiunto i criteri dell’opzione donna inizieranno a fare le domande di pensionamento e nel caso in cui non vengano accettate ricorreremo al tribunale». È proprio ravvisando questi elementi di dubbia legittimità che anche la commissione lavoro della Camera ha prodotto diversi progetti di legge per risolvere il problema. «Per il momento però - fanno notare da comitato - niente è stato concretamente fatto».
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