Il Tirreno

Pisa

La “pisanite recidivante” del maestro di vernacolo

di MARCO BARABOTTI
La “pisanite recidivante” del maestro di vernacolo

Morì un mese fa senza veder pubblicato l’articolo su Galileo

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di MARCO BARABOTTI

Aveva sempre guardato la città con un occhio ora ironico, ora critico, ma sempre con quel trasporto sentimentale e appassionato di chi si dice affetto da "pisanite recidivante". Giampaolo Testi è scomparso da un mese (domani ricorre il trigesimo e la famiglia, commossa, ringrazia tutti gli amici che hanno partecipato al dolore) e la sua assenza si sente, perché è venuto a mancare un personaggio colto, simpatico e ameno, insomma un punto di riferimento importante per capire meglio la città, attraverso anche i vizi e le virtù dei suoi abitanti. Ma non poteva mancare di farci una sorpresa, perché ci ha voluto lasciare una sorta di suo piccolo testamento: uno scritto inedito. Voleva infatti riprendere la rubrica "Riscuriosando per Pisa", apparsa per tanti anni con successo sul "Tirreno" e poi diventata un libro, il secondo, dopo il primo "Scuriosando per Pisa" (con la prefazione, per entrambi, dell'ex sindaco di Pisa nonché italianista dell'Università di Pisa, Piero Floriani). Non ha fatto in tempo a veder pubblicato il suo articolo dedicato, guarda caso, al più grande dei pisani: Galileo Galilei (ve lo proponiamo in questa pagina).

Ridire che è venuto a mancare uno dei protagonisti della vita della città dal dopoguerra a oggi è un'insistenza che lui avrebbe definito "esagerata, immeritata e arteriosclerotica", ma dentro di sé gli avrebbe fatto piacere. Esperto di teatro e melodramma, era la memoria storica fondamentale della lirica a Pisa. Finissimo poeta vernacolo, narratore doc della pisanità, ci ha lasciato pubblicazioni ora colte, divertenti ed esilaranti.

Il suo era uno stile disinvolto ed elegante e con un linguaggio tinto di orgogliose connotazioni locali. In "Riscuriosando per Pisa" (raccolta di 48 articoli usciti sul "Tirreno" tra il 1997 e il 2004) aveva raccontato ciò che i suoi begli occhi chiari e acuminati avevano visto nello scorrere degli anni: insegne bizzarre, antiche lapidi e fatti di cronaca. Come quel cartello stradale ("Pisa 0,2, Livorno 20"), per meglio dire "quei 200 metri che separano Ghezzano da Pisa", così chiosato: "Il cartello è giusto, non c'è niente da dire: ma c'è da ridere". Oppure: "Il pisano Tizzoni ha scoperto il vaccino contro il tetano". "All'illustre concittadino solo un busto nel chiostro della chiesa di San Francesco". Poi quel cartello "Pane aperto" in via Bonanno: "Oggi si abbrevia tutto perché non si ha tempo di perdere tempo". Infine, per chiudere la lunga lista dei trasandi e delle stranezze pisane, quella sua ennesima chicca: "Si dice che a Pisa manca il verde?". "Ce l'abbiamo perfino sui campanili".

Giampaolo era uno degli ultimi rappresentanti, se non l'ultimo, della memoria storica dell'opera lirica a Pisa intrisa di quella creatività nel rappresentarla con una vena in vernacolo. Ne fanno fede i diversi libri da lui pubblicati, spesso ristampati visto il successo delle precedenti edizioni. Con un grande cruccio che si è portato sino alla tomba: quello di dedicare il teatro Verdi di Pisa a Titta Ruffo, "il più grande baritono di tutti i tempi". Ne aveva fatto una sorta di "crociata". La proposta, deliberata anni fa dal consiglio di amministrazione del Teatro, era stata rilanciata recentemente nella terza edizione del suo libro "Pisanità di Titta Ruffo".

Giampaolo sapeva cogliere al volo anche quella pisanità basata sul brontolio, sul piangersi addosso, su quell'indolenza all'insegna del motto "è un momentaccio", ma anche legata ad un'intelligenza molto diffusa e capace di un'autoironia unica.

La sua era un'occasione per viaggiare, con rigore documentaristico, nella tradizione storica della città e per "riavviare _ come diceva lui _ la memoria culturale dei miei concittadini".

Giampaolo aveva una cultura profonda, un'erudizione sterminata condita di istrionismi e capacità affabulatorie temperate però dal rigore stilistico. Il suo raccontare la città era insomma pieno di curiosità, a tratti da goliardo spensierato e a tratti da castigatore bonario dei suoi concittadini: amava la sua città più di ogni altro, con i suoi difetti, e forse proprio per i suoi difetti. Ci mancherà molto.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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