Sicurezza
Pisa non era più Pisa ma un luogo straziato da bombe e dolore
MemorySharing, settant’anni dopo la liberazione della città Paure e speranze degli abitanti raccolte nei diari di guerra
di STEFANO GALLO*
La città di Pisa, a quel tempo, non era più Pisa: era una città diversa. Il tempo era l’estate del 1944, un’estate terribile di luogo straziato e settant’anni fa. La città era un luogo straziato e monco: questa la Pisa che troviamo nei diari di cui si presentano qui alcuni stralci. Una città diversa, da quasi un anno sfigurata e irriconoscibile: sin dal 31 agosto ‘43, quando era iniziata la maledizione delle bombe, svuotata dalla vita e dai suoi abitanti, sfollati in massa verso le campagne, lontano dalle fabbriche, dalla stazione, lontano da quel centro abitato che attirava i velivoli angloamericani carichi di morte.
Il racconto dei diari inizia con la seconda metà del giugno ‘44, nei giorni in cui l’esercito alleato entrava nella zona meridionale della Toscana. Molti indizi lasciavano pensare che sarebbe presto arrivato a Pisa: il ritmo dell’avanzata del fronte verso Nord (il 15 giugno a Grosseto, il 25 a Piombino, il 29 a Cecina, il 3 luglio a Siena, l’8 a Volterra), l’intensificarsi dei bombardamenti sulla città intorno al 20 giugno, la fuga delle autorità fasciste a cominciare dal Prefetto. Da un giorno all’altro, questa la speranza diffusa tra la popolazione, i tedeschi si sarebbero ritirati e la pace sarebbe tornata su una città martoriata.
Ma la storia delle guerre è innanzitutto storia delle strategie adottate dagli eserciti che combattono, di scelte prese a migliaia di chilometri dal fronte, scelte di cui i civili che ne subiscono le conseguenze restano all’oscuro. Nei fatti una volta conquistata Livorno, il 19 luglio, gli Alleati decisero di non avanzare più: era stata scelta una nuova priorità strategica, lo sbarco in Provenza, motivo per cui 3 divisioni americane e 4 francesi lasciarono la Toscana. La striscia di terra a sud dell’Arno divenne una terra di nessuno, quella “no man’s land” che stabilisce le distanze tra gli appostamenti degli eserciti. Collesalvetti rimase per più di un mese il paese liberato più vicino a Pisa.
Mentre i tedeschi approntavano le difese sulla Linea Gotica lungo gli Appennini, gli americani si dedicarono a rimettere in funzione il porto di Livorno, trovato in un cumulo di rovine. Fu un impegno che richiese un tempo limitato da un punto di vista tecnico, appena cinque settimane: ma per chi a Pisa attendeva trepidante l’arrivo degli Alleati fu un’eternità, il periodo peggiore della guerra in termini di sofferenze fisiche e logoramento mentale.
I cannoni alleati, piazzati sulle Colline pisane, battevano quotidianamente le zone di manovra dell’esercito tedesco, che erano anche le zone dove si erano rifugiati gli sfollati: le campagne a nord di Pisa e le pendici del Monte pisano. Paradossalmente, quindi, proprio tra la fine di luglio e l’inizio di agosto la popolazione a Pisa aumentò: a spingere le persone a tornare furono non solo i cannoneggiamenti che si accanivano con maggior intensità fuori dal centro abitato, ma anche la speranza che la città della Torre venisse riconosciuta come “città bianca” e infine l’ordine di sfollamento dei monti, impartito dai tedeschi a fine luglio per evitare che formazioni partigiane potessero disturbare la ritirata.
In città vivevano alcune migliaia di persone, tutte a Tramontana in particolare nell’area tra il Duomo e Porta a Lucca (Mezzogiorno, devastato dai bombardamenti, era totalmente abbandonato). A Nord c’erano gli unici punti di riferimento istituzionali: l’ospedale, con un pugno di personale rimasto, l’Arcivescovado, aperto come il Duomo agli sfollati e in cui abitava il vescovo Gabriele Vettori, e il Comitato per l’alimentazione, diretto da Mario Gattai, il cui diario rappresenta una fonte preziosissima per comprendere la vita quotidiana di quei drammatici giorni. Proprio perché l’assetto istituzionale normale era crollato, i diari risultano particolarmente preziosi per ricostruire la storia di Pisa nell’estate ‘44. Le fonti tradizionali per lo studio della società tra ‘800 e ‘900 (gli archivi comunali, le carte prefettizie, i giornali) sono mute per quei drammatici giorni. Per fortuna non mancano le testimonianze diaristiche.
Va tenuto conto che i testi che ci sono pervenuti sono frutto di una selezione preventiva: a scrivere sono persone istruite, che si trovano nella condizione di poter scrivere. Inoltre si rendono pubblici i diari che raccontano un’esperienza positiva; non troviamo ad esempio diari dei collaborazionisti, che pure ci furono. Si tratta di una documentazione che venne spesso ritoccata in seguito, forse anche in maniera rilevante, soprattutto per quel che riguarda i giudizi morali e l’immagine di chi li scrisse.
In ogni caso, leggere i diari seguendo la scansione cronologica giorno per giorno produce un effetto corale e stereofonico formidabile, che ci fornisce un’immagine di una città, lo abbiamo già detto, straziata e irriconoscibile.
Una città in cui dominava la paura dei cannoneggiamenti alleati, quella della caccia all’uomo fatta dai tedeschi, e in misura minore ma non meno odiosa, della caccia alle donne; in cui l’ossessione quotidiana era la ricerca del cibo, del grano, delle verdure, della carne, del sale per poter nutrirsi e nutrire la famiglia; in cui i rifiuti si accumulavano per strada, attirando gli animali che prendevano possesso della città abbandonata; in cui i bambini rubavano nelle case saccheggiate dai tedeschi e portavano i genitori in fin di vita su un carretto fino all’ospedale; in cui c’erano donne e uomini che facevano compagnia ai tedeschi e partecipavano ai loro festini; in cui la morte, la presenza dei cadaveri, era un elemento quotidiano, più diffuso di un’adeguata cura dei morti, che invece era più rara e pericolosa. «Un branco di pecore matte», così Mario Gattai definiva i concittadini che avevano ceduto ai peggiori istinti: uno stato di anomia che ricorda romanzi come La strada di Cormac McCarthy. Per questo, tanta importanza ebbero gli esempi di resistenza eroica al degrado morale, così come la capacità, una volta liberata la città, di costruire insieme un consesso civile e democratico, antitetico al fascismo e agli orrori della guerra. I diari qui riportati ci fanno toccare con mano la sofferenza da cui nacque la Repubblica nella quale viviamo.
. *Storico-ricercatore
Università di Pisa
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
