Finanza
Il professore e la rockstar, un’amicizia lunga 50 anni
«Vedo spesso Vasco (Rossi). Lui a far lezione a Pisa? Ci vorrebbe l’Arena...»
Arrivò a Pisa il 5 novembre 1966, il giorno dopo l'alluvione dell'Arno, per entrare come allievo alla Scuola Normale. «Come si fa a dimenticare quel giorno: mi accolse una città completamente in ginocchio». Quasi mezzo secolo dopo Marco Santagata è ancora sulle rive dell'Arno ed è il maggiore studioso al mondo di Petrarca, ha scritto libri importanti su Dante e si è occupato soprattutto di lirica italiana con una particolare attenzione per i primi secoli.
Ma c'è un importante destino incrociato nella sua vita: quello con Vasco Rossi. In comune hanno le radici, i tempi della giovinezza e dell'adolescenza quando ancora tutto è possibile, e l'amore fa battere il cuore. Sono entrambi nati a Zocca, in provincia di Modena, e di lì poi hanno preso strade diverse: l'insegnamento universitario l'uno, docente di Letteratura all'Università di Pisa e scrittore di romanzi ("Papà non era comunista", "Il copista", e "Il Maestro dei santi pallidi" con il quale ha vinto il Premio Super Campiello nel 2003), per Vasco Rossi la strada della musica che non ha bisogno di presentazioni perché universalmente conosciuta e amata in mezzo mondo.
L'amicizia è rimasta nel tempo (a proposito, si sono visti anche l’altra sera a cena, in un'osteria di Zocca). Quando a Vasco hanno conferito la laurea honoris causa in scienze della comunicazione allo Iulm di Milano, Santagata ha pronunciato per lui la "Laudatio", introdotto dal direttore del dipartimento di italianistica dell'ateneo bolognese.
«Con me Vasco _ dice Santagata - lesse in pubblico nel 2006 alcuni brani del Petrarca. Durante quella serata rievocai il passato dei primi anni a Zocca. "Abbiamo bevuto la stessa acqua, respirato la stessa aria, potremmo anche avere amato le stesse donne...", dissi. Vasco alzò le mani di scatto, "No, quelle no!...".E io ribattei: "Perché no!».
Certamente Vasco e Marco due cose in comune le hanno, come dice lo stesso Santagata: «Entrambi cerchiamo di emozionare chi ci legge o ci ascolta, musica, poesia e canzone sono tutte alla pari. Io poi amo tanto le canzoni di Vasco Rossi». Dopo il successo del suo libro su "Dante: il romanzo della sua vita" edito da Mondadori, il prossimo mese uscirà il suo nuovo lavoro "L'amoroso pensiero", una lettura assolutamente nuova del "Canzoniere" di Petrarca (sarà presentato in anteprima a Pordenone il 17 settembre).
Che tipo di lettura ha dato a questo suo libro? «Alla solita metrica e stile - dice Santagata - ho preferito raccontare la storia d'amore che c'è in questo capolavoro di Petrarca e che ha segnato il nostro modo di parlare d'amore nei secoli. Ho seguito lo stesso filone che ho usato per Dante: una leggibilità avulsa dai troppi tecnicismi degli addetti ai lavori. Oggi c'è una grande difficoltà ad approcciare il grande pubblico: il mio vuole essere un tentativo di catturare la loro attenzione con un metodo nuovo, più umano e meno filologico».
Ma sta lavorando anche a un nuovo romanzo, è vero? «Sì, uscirà alla fine di febbraio con l'editore Guanda. Non ha ancora un titolo. Sarà, spero, una bella sorpresa».
Un'altra grande creatura di Marco Santagata, ideata insieme a Mirko Tavoni, è Icon (Italian culture on the net). Si tratta di un consorzio composto da diciannove Università italiane (Pisa in testa) che opera in convenzione con il ministero degli affari esteri. Professor Santagata, a distanza di quindici anni, come va Icon? «Gode di buona salute. Mirko Tavoni lo dirige con grande competenza e dinamismo. Abbiamo studenti in più di 60 Paesi in tutto il mondo, nella formula tutto online. È una didattica completamente nuova rispetto al tradizionale insegnamento che si fa nelle aule universitarie, con un approccio diverso nell'interagire e presentare i contenuti. Fino ad oggi i nostri laureati sono oltre 300 distribuiti in tutti i continenti».
Marco Santagata ci svela infine, per la prima volta, le probabili conclusioni del comitato scientifico pluridisciplinare (di cui fa parte) sulle cause della morte di Enrico VII (che i pisani chiamano affettuosamente Arrigo VII, riprendendo il verso di Dante nel XXX canto del Paradiso… "dell'alto Arrigo c'ha drizzare Italia"). Enrico VII morì nell'agosto del 1313 vicino a Siena e il suo corpo venne trasportato a Pisa e sepolto nel Duomo. In un primo momento dalle analisi la causa del decesso sembrava imputabile alla malaria, poi si era fatta strada la tesi dell'avvelenamento (qualcuno aveva sparso la voce, subito dopo la morte dell'imperatore, che un domenicano, Bernardo da Montepulciano, gli avesse somministrato del veleno durante la Comunione). Invece le pur meticolose indagini sulle ossa dell'imperatore non avrebbero portato a una conclusione certa. Sono state trovate tracce di un veleno, ma parrebbe compatibile con sostanze usate per curare l'imperatore. «Di certo - dice Santagata - almeno gli studi storici e umanistici ci hanno permesso di svelare in larga parte l'incrocio tra Arrigo VII e Dante. Eletto, sul finire del 1308 re di Germania e, in seguito, incoronato imperatore da papa Clemente V nel dicembre del 1310, a Milano, Arrigo VII di Lussemburgo rappresentò per Dante una nuova speranza, non solo perché il nuovo sovrano si dichiarò interessato a restaurare nella penisola italiana l'autorità imperiale e la pace, ma anche perché la sua elezione sembrò nascere nel segno di un equilibrio tra il potere temporale e quello spirituale. Abbiamo potuto ricostruire anche tutto il cammino di Dante a Pisa: qui il poeta ha scritto la "Monarchia». Nel congedarci da Santagata, gli esprimiamo un desiderio: «Lei si vede con Vasco Rossi almeno tre o quattro volte l'anno, cerchi di convincerlo a tenere una lezione agli studenti pisani». Risposta: «Ci posso provare, ma ci vorrebbe l'Arena Garibaldi».
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