Il Tirreno

Pisa

«Impensabile una simile violenza»

di Luca Lunedì
«Impensabile una simile violenza»

L’Asl di Pisa inviava tutti i giorni gli infermieri per accertarsi che seguisse la cura

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PISA. Cosa sia successo nella testa di Fabrizio Fruzzetti, forse non si saprà mai. Un litigio banale che, nella sua testa, è diventato altro: qualcosa tale da giustificare quelle brutali coltellate. Hanno cercato di capirlo gli investigatori giunti sul posto e con cui Fruzzetti ripeteva frasi sconnesse. Sul posto sono giunte anche l’infermiera che lo ha seguito nelle sue cure per tredici lunghi anni e la dottoressa Elena Macchi che lo aveva in cura presso il Centro di salute mentale di via Romiti. Con loro ha ripetuto che dopo cena aveva ucciso la madre.

La tragedia che si è consumata al termine di un cena in famiglia, una sera come tante, getta inevitabilmente una luce diversa sulla storia clinica di Fruzzetti. Una storia di disturbi mentali cominciata negli anni ’80 (ma solo nei primi anni ’90 si hanno traccia del primo trattamento sanitario obbligatorio) e che ha interessato il Csm pisano dal 2004. Negli ani la situazione mentale si era cronicizzata, ma non peggiorata: il controllo medico era stretto, il livello di attenzione alto, ma niente lasciava presagire un finale tragico.

«Il paziente – conferma il dottor Paolo Marinari, responsabile dell’unità funzionale di salute mentale per adulti della zona pisana – è affetto da un disturbo psicotico con delirio manifesto, ma non era cosciente del suo disturbo». Una condizione che rendeva difficile la cura, tanto da doverlo convincere ogni volta di aver bisogno di quelle medicine che gli infermieri gli portavano a casa ogni giorno: «Il personale di assistenza controllava due volte al giorno che prendesse i farmaci prescritti – continua Marinari – e lo aveva fatto anche poche ore prima del raptus che lo ha portato ad uccidere la madre. In più gli veniva somministrato un farmaco aggiuntivo, di quelli detti “a lunga azione” una volta al mese, per essere sicuri che non restasse scoperto dagli effetti. Sinceramente, siamo sconcertati e profondamente rammaricati dell’accaduto».

Nonostante i momenti di follia, che lo portavano a non riconoscere nemmeno la madre, alcuni miglioramenti c’erano stati: «È questo che sconvolge di più – precisa lo psichiatra – quando stava bene aveva un carattere bonario e collaborativo, non potevamo immaginare che arrivasse a questo». Una spiegazione, ma si entra nel campo delle ipotesi, è forse da cercare nel rapporto che Fruzzetti aveva con la madre: un rapporto di dipendenza necessaria, un legame profondo, ma che a volte veniva vissuto come soffocante. La scintilla della follia, il seme della tragedia, sta forse in questo dualismo: «Negli ultimi tempi – spiega Marinari – aveva avuto un incidente: forse il dolore fisico ha peggiorato lo stato mentale. O forse il fatto di dipendere ancora più dalla madre per quel periodo di tempo ha esacerbato il rapporto».

Per quanto accaduto, forse una spiegazione vera non c’è. Domande che si accavallano e che portano a chiedersi se la cura domiciliare fosse, col senno di poi, la strada più corretta per quel tipo di paziente: «Adesso, guardando indietro, è facile ripensare a tutto – conclude amaro Marinari – ma per il ricovero in un istituto è necessario il consenso del paziente che noi non avevamo. Anche la madre non ci aveva mai segnalato episodi che giustificassero l’allontanamento».

Per fare luce sulla vicenda, l’Asl ha attivato per oggi un “audit clinico” per stabilire se sono state eseguite correttamente tutte le procedure nella gestione del paziente.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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