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Pisa

«Questa è una terra di nessuno»

«Questa è una terra di nessuno»

Risse e spaccio in viale Gramsci. Gli stranieri regolari: «Da noi non c’è lavoro»

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PISA. Sono scoccate da poco le 13 di ieri. I turisti passeggiano sotto i portici di viale Gramsci: c’è chi si ferma davanti ai negozi di souvenir e chi a comprare il pranzo insieme ai figli al bar che si affaccia su piazza della stazione. Ad un certo punto il proprietario di un minimarket corre in strada a fermare un ragazzo, lo accusa di aver rubato una bottiglia di vino. Cerca di aprire lo zaino del presunto ladro, ma viene spinto via. Nel giro di pochi secondi si scatena una lite: gli amici del ragazzo corrono sul posto per fargli da scudo, l’esercente vuole recuperare la merce rubata. Volano parole pesanti. Qualcuno interviene per calmare le acque ed evitare il peggio.

«Qui è sempre così - racconta una signora che conosce bene il quartiere -. E’ vero, è un brutto posto, ma qui conosco tutti e mi sento a casa. Lo sanno tutti che è terra di nessuno. Questa è la centrale dello spaccio. E chi non ha i soldi per pagarsi le dosi si prostituisce con lo spacciatore di turno».

La cronaca di questo quartiere è colma di episodi di violenze e spaccio. I passanti camminano veloci, sguardo basso: sembrano voler attraversare nel più breve tempo possibile queste strade, costellate da piccoli negozi etnici e venditori di kebab.

Impossibile non notare i tossicodipendenti che vagano fissando il vuoto e pronunciando frasi sconnesse.

Ma c’è anche chi vuole lavorare e che vorrebbe farlo in pace. Nelle vicinanze della stazione centrale ci sono diversi alimentari gestiti da bengalesi. Vivono a Pisa da molti anni e hanno un regolare permesso di soggiorno. Non tutti hanno voglia di parlare. Molti lamentano la mancanza di sicurezza e di legalità: i piccoli furti sono all’ordine del giorno e loro si sentono impotenti davanti alla prepotenza dei soliti noti.

«Sono arrivato in Italia nel 2005. Prima lavoravo come venditore ambulante in Piazza dei Miracoli dove vendevo souvenir. Quattro mesi fa ho deciso di prendere in affitto questo fondo con un mio amico - racconta un giovane esercente della zona -. Vendiamo bevande di ogni tipo, siamo aperti dodici ore al giorno. In Bangladesh non c’è lavoro. Ogni mese spedisco i miei guadagni a mia moglie e ai miei due figli. Appena trovo un lavoro stabile li porto qui in Italia. Per loro voglio un futuro migliore».

Poco più avanti, verso la stazione, c’è un ristorante che serve anche kebab. È gestito da Yasmar, un curdo che vive in Toscana da sette anni. «Prima gestivo un bar a Firenze. Ora vivo qui con la mia ragazza, che è italiana - racconta -. Qui la legge non funziona. Il mio locale è stato più volte danneggiato. Ho sporto denuncia, ma poi sono stato aggredito qui davanti. I responsabili sono stati arrestati, ma sono già in libertà. Chi mi tutela? Le risse sono all’ordine del giorno. La sera qui è un far west». Kabir è un altro gestore bengalese, vende bigiotteria. Ha raggiunto la sorella perché nel suo Paese non riusciva a trovare lavoro, pur essendo laureato in Scienze Politiche. «Faccio un lavoro onesto e di questo vado fiero».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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