La manifestazione
«Andiamo a lavorare» e ripulivano le case
I carabinieri arrestano dieci georgiani accusati di svaligiare appartamenti in serie. Si spostavano anche in treno o in bici
PISA. «Andiamo a lavorare». A fine giornata, quando il "lavoro" era finito, qualcuno si ritrovava la casa svaligiata.
Nelle intercettazioni telefoniche quel modo di dire significava rubare negli appartamenti. Era il saluto, di primo mattino, dei dieci georgiani arrestati dai carabinieri del nucleo operativo e radiomobile di Pisa dopo oltre sette mesi di indagini iniziate da una denuncia per ricettazione.
L'accusa per tutti è di furto in abitazione aggravato in concorso. In ballo c'è anche la contestazione dell'associazione a delinquere chiesta dagli investigatori alla Procura di Livorno che procede per competenza territoriale visto che il reato più grave, la ricettazione, si sarebbe consumato sul suolo labronico.
Sono stati il comandante provinciale dell’Arma, colonnello Andrea Brancadoro e il responsabile del nucleo operativo e radiomobile, tenente Andrea Barbieri, a spiegare genesi e conclusione di un’inchiesta che ha portato alla luce una serie di saccheggi elevata a sistema che aveva come sbocchi quello dei compro oro o della vendita tra i ricettatori di tablet, macchine fotografiche e pc.
Numeri e furti. Gli arrestati, parecchi dei quali non in regola con le norme di soggiorno in Italia, cambiavano spesso domicilio tra Pisa, Orentano, Pontedera e Scandicci.
«La nostra priorità – è stata la premessa del colonnello Brancadoro – è la lotta a furti e rapine. La refurtiva recuperata sarà a breve visibile su Internet e con la collaborazione dei cittadini non solo potremo restituire i beni rubati, ma anche aggiungere altri episodi ai furti già contestati alla banda».
Per ora i colpi addebitati ai dieci georgiani sono tredici. Un numero stimato per difetto, ma che ancora deve essere sviluppato con le indagini che non si fermano. La gang agiva tra Pisa, Pontedera, Livorno, Lucca, Empoli e Viareggio.
Il sistema. Da quello che è stato possibile ricostruire, la banda aveva ruoli intercambiabili finalizzati a un unico scopo: quello dei furti in appartamento. A batterie di tre, quattro persone dopo aver fatto un sopralluogo, mettevano in atto comportamenti da professionisti del furto capaci di creare difficoltà gli investigatori. Utilizzano tecniche di contro pedinamento, "pali" fissi a fare la guardia mentre due persone si introducevano all'interno della casa individuata come obiettivo, spostamenti in treno ed in macchina, a volte anche in bicicletta, rubata magari per l'occasione.
Aperture “soft”. I carabinieri hanno scoperto perché i derubati non trovavano nemmeno la porta d'ingresso danneggiata. I ladri si erano costruiti delle chiavi artigianali che consentivano di aprire, con grande perizia, praticamente qualsiasi tipo di serratura. Un'abilità che ha sorpreso persino gli investigatori. Durante le attività di indagine sono stati recuperati due kit di grimaldelli e arnesi da scasso utilizzati dagli appartenenti alle bande: in un caso, proprio nel perquisire un'auto utilizzata dalle bande operative, furono ritrovati nascosti insieme ad alcuni monili in oro all'interno del vano motore, sotto il filtro dell'aria della macchina. In un'altra circostanza erano nascosti addosso agli indagati, i quali provarono anche a scambiarseli tra di loro pensando che il gesto passasse inosservato ai militari.
Documenti falsi. Come emerso in altre parti d'Italia, alcuni indagati o loro fiancheggiatori, avevano passaporti o documenti non georgiani ma di altre nazionalità (ucraini, lituani o greci) falsificati in maniera magistrale, sia con l'utilizzo di documenti originali ma contraffatti, sia con l'uso di tecniche da veri professionisti. Un dettaglio che fa pensare che dietro la criminalità georgiana ci sia un'ottima rete di supporto in grado di fornire questi documenti.
Gli appoggi. Gli investigatori hanno scoperto che la gang poteva fare affidamento sulle abitazioni di altri connazionali, al momento non denunciati, che li ospitavano. Non solo. Importante anche il ruolo di alcune donne, in alcuni casi badanti di professione, le quali, consapevoli dei furti, si prestavano a ricettare nella comunità georgiana, computer e tablet o pellicce. In alcuni casi hanno anche spedito le refurtive in Georgia. Il frutto delle giornate di “lavoro” degli emigranti in Italia.
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