Il Tirreno

Pisa

Contro la tassa sui lavatoi cittadini in rivolta

Contro la tassa sui lavatoi cittadini in rivolta

Dalla Provincia lettere a trentatré famiglie con richieste di 82 euro l’anno Arriveranno anche gli arretrati che potrebbero ammontare a 1.100 euro

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SAN GIULIANO TERME. Quei lavatoi sono lì dalla fine del 1700, ma da quarant’anni nessuno ci lava più i panni. Fanno parte della storia di San Giuliano e gli unici a prendersene cura sono i proprietari, che dal giardino possono accederci attraverso dei cancelletti che affacciano sul canale dei Mulini. Ma da quest’anno arriverà la batosta. La Provincia di Pisa, dal 2001 responsabile del demanio idrico, ha inviato ai 33 proprietari di lavatoi e terrazzini altrettante richieste di pagamento, in cui informa che «saranno chieste le indennità di occupazione pregresse con successiva missiva, per l’utilizzo di fatto avvenuto».

Poco importa se in quelle pile nessuno lava più neanche uno straccio. Il punto è che i manufatti insistono sul fosso e, di fatto, occupano un’area demaniale. I conti sono piuttosto salati. Nel 2014, per quelle strutture che non sporgono per più di un metro e venti centimetri, il canone ammonta a 82 euro, che con gli arretrati degli ultimi cinque anni salirebbero a 400.

Ma la Provincia pare intenzionata a chiedere ai trentatré sangiulianesi addirittura gli ultimi dieci anni di pagamenti, visto che «l’ingiustificato arricchimento» – potrebbe essere questo il vantaggio patrimoniale che l’ente comprensoriale contesterà ai proprietari – si prescriverebbe dopo dieci anni. E il conto si trasformerebbe in incubo: circa 1.100 euro da versare, comprese le rivalutazioni Istat e le vecchie tariffe in vigore dal 2005 al 2010 (circa il doppio di quelle attuali). Sarebbe assai diverso se l’oggetto del contendere fosse il mancato canone d’affitto, visto che la prescrizione si ridurrebbe a un quinquennio.

E gli interessati, che nei giorni scorsi hanno ricevuto le raccomandate, sono sul piede di guerra.

Come Valentina Foà, titolare dell’edicola del paese. «Io il lavatoio non lo uso più – spiega – e lo tengo pulito solo per amore del passato. Sborso già 50 euro l’anno di tassa sui fossi, cos’altro vogliono da noi? Io piuttosto che pagare demolisco tutto».

Anche Fabrizio Gneri, titolare del vicino negozio di alimentari, è furioso. Nel retro della sua bottega si apre un terrazzino che affaccia sul torrente.

Accanto c’è la pila, dove i suoi antenati pulivano gli indumenti. «Pur di non darla vinta alla Provincia butto giù tutto – avverte il commerciante – visto che non ha senso scucire denaro per qualcosa che è inutilizzato da quarant’anni. Ho una mezza idea di trasferirmi a Macinaggio, in Corsica, dove ho una casa. Purtroppo in Italia lo Stato ti costringe a far così».

Secondo la Provincia il saldo del conto rimane l’unica alternativa. Anzi, ce ne sarebbe una seconda: la demolizione. Ma non è semplice; lo stesso ente comprensoriale deve dare l’ok dal punto di vista idraulico – ma è probabile che non abbia nulla da obiettare – mentre per gli abitanti sarebbe certamente più complicato ottenere l’autorizzazione dal Comune e della Soprintendenza ai Beni architettonici, visto che i lavatoi sono dei preziosissimi manufatti storici.

Che però, i proprietari, oggi non vorrebbero avere mai posseduto.

Stefano Taglione

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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